I giganti e la discesa di Anteo

Guida al canto

Dove siamo

Dante lascia l'ultima bolgia e risale il bordo del pozzo centrale che scende verso Cocito. L'aria è così scura che il viaggio procede a tentoni, finché un corno echeggia e guida lo sguardo dei due poeti. La confusione si trasforma presto in paura: ciò che sembrava una città di torri è un cerchio di giganti sepolti nella roccia.

Chi incontriamo

Appaiono tre giganti. Nembròt, legato da una catena, urla parole senza senso; Virgilio spiega che la sua lingua è incomprensibile a tutti. Fialte, incatenato, si scuote con violenza tale da far tremare Dante, che teme per la propria vita. Infine Anteo, non legato, parla con Virgilio e accetta di deporli sul fondo del pozzo, dove si trova Lucifero.

Cosa aspettarsi

L'incontro costringe Dante a fidarsi della guida, perché ogni passo dipende ora dalla forza di un dannato. Da qui il viaggio tocca l'ultimo fondo, dove Lucifero attende tra i traditori. Resta aperta la domanda su cosa significhi attraversare la giustizia divina servendosi proprio di un peccatore di superbia.
Testo originaleInferno · Canto XXXI
Parafrasi

Una medesma lingua pria mi morse,

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sì che mi tinse l’una e l’altra guancia,

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e poi la medicina mi riporse;

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così od’ io che solea far la lancia

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d’Achille e del suo padre esser cagione

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prima di trista e poi di buona mancia.

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Noi demmo il dosso al misero vallone

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su per la ripa che ’l cinge dintorno,

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attraversando sanza alcun sermone.

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Quiv’ era men che notte e men che giorno,

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sì che ’l viso m’andava innanzi poco;

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ma io senti’ sonare un alto corno,

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tanto ch’avrebbe ogne tuon fatto fioco,

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che, contra sé la sua via seguitando,

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dirizzò li occhi miei tutti ad un loco.

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Dopo la dolorosa rotta, quando

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Carlo Magno perdé la santa gesta,

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non sonò sì terribilmente Orlando.

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Poco portäi in là volta la testa,

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che me parve veder molte alte torri;

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ond’ io: «Maestro, dì, che terra è questa?».

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Ed elli a me: «Però che tu trascorri

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per le tenebre troppo da la lungi,

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avvien che poi nel maginare abborri.

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Tu vedrai ben, se tu là ti congiungi,

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quanto ’l senso s’inganna di lontano;

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però alquanto più te stesso pungi».

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Poi caramente mi prese per mano

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e disse: «Pria che noi siam più avanti,

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acciò che ’l fatto men ti paia strano,

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sappi che non son torri, ma giganti,

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e son nel pozzo intorno da la ripa

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da l’umbilico in giuso tutti quanti».

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Come quando la nebbia si dissipa,

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lo sguardo a poco a poco raffigura

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ciò che cela ’l vapor che l’aere stipa,

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così forando l’aura grossa e scura,

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più e più appressando ver’ la sponda,

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fuggiemi errore e cresciemi paura;

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però che, come su la cerchia tonda

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Montereggion di torri si corona,

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così la proda che ’l pozzo circonda

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torreggiavan di mezza la persona

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li orribili giganti, cui minaccia

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Giove del cielo ancora quando tuona.

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E io scorgeva già d’alcun la faccia,

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le spalle e ’l petto e del ventre gran parte,

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e per le coste giù ambo le braccia.

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Natura certo, quando lasciò l’arte

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di sì fatti animali, assai fé bene

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per tòrre tali essecutori a Marte.

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E s’ella d’elefanti e di balene

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non si pente, chi guarda sottilmente,

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più giusta e più discreta la ne tene;

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ché dove l’argomento de la mente

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s’aggiugne al mal volere e a la possa,

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nessun riparo vi può far la gente.

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La faccia sua mi parea lunga e grossa

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come la pina di San Pietro a Roma,

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e a sua proporzione eran l’altre ossa;

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sì che la ripa, ch’era perizoma

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dal mezzo in giù, ne mostrava ben tanto

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di sovra, che di giugnere a la chioma

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tre Frison s’averien dato mal vanto;

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però ch’i’ ne vedea trenta gran palmi

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dal loco in giù dov’ omo affibbia ’l manto.

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«Raphèl maì amècche zabì almi»,

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cominciò a gridar la fiera bocca,

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cui non si convenia più dolci salmi.

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E ’l duca mio ver’ lui: «Anima sciocca,

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tienti col corno, e con quel ti disfoga

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quand’ ira o altra passïon ti tocca!

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Cércati al collo, e troverai la soga

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che ’l tien legato, o anima confusa,

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e vedi lui che ’l gran petto ti doga».

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Poi disse a me: «Elli stessi s’accusa;

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questi è Nembrotto per lo cui mal coto

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pur un linguaggio nel mondo non s’usa.

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Lasciànlo stare e non parliamo a vòto;

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ché così è a lui ciascun linguaggio

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come ’l suo ad altrui, ch’a nullo è noto».

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Facemmo adunque più lungo vïaggio,

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vòlti a sinistra; e al trar d’un balestro

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trovammo l’altro assai più fero e maggio.

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A cigner lui qual che fosse ’l maestro,

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non so io dir, ma el tenea soccinto

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dinanzi l’altro e dietro il braccio destro

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d’una catena che ’l tenea avvinto

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dal collo in giù, sì che ’n su lo scoperto

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si ravvolgëa infino al giro quinto.

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«Questo superbo volle esser esperto

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di sua potenza contra ’l sommo Giove»,

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disse ’l mio duca, «ond’ elli ha cotal merto.

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Fïalte ha nome, e fece le gran prove

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quando i giganti fer paura a’ dèi;

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le braccia ch’el menò, già mai non move».

96

E io a lui: «S’esser puote, io vorrei

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che de lo smisurato Brïareo

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esperïenza avesser li occhi mei».

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Ond’ ei rispuose: «Tu vedrai Anteo

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presso di qui che parla ed è disciolto,

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che ne porrà nel fondo d’ogne reo.

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Quel che tu vuo’ veder, più là è molto

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ed è legato e fatto come questo,

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salvo che più feroce par nel volto».

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Non fu tremoto già tanto rubesto,

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che scotesse una torre così forte,

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come Fïalte a scuotersi fu presto.

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Allor temett’ io più che mai la morte,

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e non v’era mestier più che la dotta,

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s’io non avessi viste le ritorte.

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Noi procedemmo più avante allotta,

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e venimmo ad Anteo, che ben cinque alle,

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sanza la testa, uscia fuor de la grotta.

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«O tu che ne la fortunata valle

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che fece Scipïon di gloria reda,

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quand’ Anibàl co’ suoi diede le spalle,

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recasti già mille leon per preda,

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e che, se fossi stato a l’alta guerra

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de’ tuoi fratelli, ancor par che si creda

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ch’avrebber vinto i figli de la terra:

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mettine giù, e non ten vegna schifo,

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dove Cocito la freddura serra.

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Non ci fare ire a Tizio né a Tifo:

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questi può dar di quel che qui si brama;

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però ti china e non torcer lo grifo.

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Ancor ti può nel mondo render fama,

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ch’el vive, e lunga vita ancor aspetta

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se ’nnanzi tempo grazia a sé nol chiama».

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Così disse ’l maestro; e quelli in fretta

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le man distese, e prese ’l duca mio,

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ond’ Ercule sentì già grande stretta.

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Virgilio, quando prender si sentio,

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disse a me: «Fatti qua, sì ch’io ti prenda»;

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poi fece sì ch’un fascio era elli e io.

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Qual pare a riguardar la Carisenda

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sotto ’l chinato, quando un nuvol vada

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sovr’ essa sì, ched ella incontro penda:

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tal parve Antëo a me che stava a bada

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di vederlo chinare, e fu tal ora

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ch’i’ avrei voluto ir per altra strada.

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Ma lievemente al fondo che divora

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Lucifero con Giuda, ci sposò;

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né, sì chinato, lì fece dimora,

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e come albero in nave si levò.

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