Falsari di persona e di moneta

Guida al canto

Dove siamo

Dante è ancora sul ponte dell'ultima bolgia, in fondo a Malebolge. La scena è dominata da un puzzo insopportabile e da corpi deformi che si straziano a vicenda. Il conflitto non è solo visivo: il poeta si lascia assorbire da una lite tra dannati fino a dimenticare il tempo e la guida. È qui che Virgilio lo riprende con durezza, segnando uno scarto nel rapporto tra i due.

Chi incontriamo

Entrano in scena Gianni Schicchi, che morse Capocchio, e maestro Adamo, il falsario idropico che chiede solo da bere. Griffolino nomina Mirra, che falsò sé stessa assumendo un'altra forma. Ai margini del campo, distesi e inerti, appaiono la moglie di Putifarre e il greco Sinone, con cui Adamo ingaggia una rissa furiosa. L'incontro con Sinone è nuovo e pesa: è il volto del bugiardo per eccellenza.

Cosa aspettarsi

Dopo il rimprovero, Dante capisce che ascoltare le contese dei dannati è una distrazione pericolosa. Da qui in avanti il viaggio si avvicina al pozzo centrale, dove lo aspettano i giganti. La domanda che accompagna il lettore è se il poeta saprà mantenere l'attenzione sulla guida invece che sui particolari della pena.
Testo originaleInferno · Canto XXX
Parafrasi

Nel tempo che Iunone era crucciata

1

per Semelè contra ’l sangue tebano,

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come mostrò una e altra fïata,

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Atamante divenne tanto insano,

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che veggendo la moglie con due figli

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andar carcata da ciascuna mano,

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gridò: «Tendiam le reti, sì ch’io pigli

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la leonessa e ’ leoncini al varco»;

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e poi distese i dispietati artigli,

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prendendo l’un ch’avea nome Learco,

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e rotollo e percosselo ad un sasso;

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e quella s’annegò con l’altro carco.

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E quando la fortuna volse in basso

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l’altezza de’ Troian che tutto ardiva,

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sì che ’nsieme col regno il re fu casso,

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Ecuba trista, misera e cattiva,

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poscia che vide Polissena morta,

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e del suo Polidoro in su la riva

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del mar si fu la dolorosa accorta,

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forsennata latrò sì come cane;

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tanto il dolor le fé la mente torta.

21

Ma né di Tebe furie né troiane

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si vider mäi in alcun tanto crude,

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non punger bestie, nonché membra umane,

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quant’ io vidi in due ombre smorte e nude,

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che mordendo correvan di quel modo

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che ’l porco quando del porcil si schiude.

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L’una giunse a Capocchio, e in sul nodo

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del collo l’assannò, sì che, tirando,

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grattar li fece il ventre al fondo sodo.

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E l’Aretin che rimase, tremando

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mi disse: «Quel folletto è Gianni Schicchi,

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e va rabbioso altrui così conciando».

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«Oh», diss’ io lui, «se l’altro non ti ficchi

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li denti a dosso, non ti sia fatica

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a dir chi è, pria che di qui si spicchi».

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Ed elli a me: «Quell’ è l’anima antica

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di Mirra scellerata, che divenne

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al padre, fuor del dritto amore, amica.

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Questa a peccar con esso così venne,

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falsificando sé in altrui forma,

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come l’altro che là sen va, sostenne,

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per guadagnar la donna de la torma,

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falsificare in sé Buoso Donati,

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testando e dando al testamento norma».

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E poi che i due rabbiosi fuor passati

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sovra cu’ io avea l’occhio tenuto,

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rivolsilo a guardar li altri mal nati.

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Io vidi un, fatto a guisa di lëuto,

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pur ch’elli avesse avuta l’anguinaia

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tronca da l’altro che l’uomo ha forcuto.

51

La grave idropesì, che sì dispaia

52

le membra con l’omor che mal converte,

53

che ’l viso non risponde a la ventraia,

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faceva lui tener le labbra aperte

55

come l’etico fa, che per la sete

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l’un verso ’l mento e l’altro in sù rinverte.

57

«O voi che sanz’ alcuna pena siete,

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e non so io perché, nel mondo gramo»,

59

diss’ elli a noi, «guardate e attendete

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a la miseria del maestro Adamo;

61

io ebbi, vivo, assai di quel ch’i’ volli,

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e ora, lasso!, un gocciol d’acqua bramo.

63

Li ruscelletti che d’i verdi colli

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del Casentin discendon giuso in Arno,

65

faccendo i lor canali freddi e molli,

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sempre mi stanno innanzi, e non indarno,

67

ché l’imagine lor vie più m’asciuga

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che ’l male ond’ io nel volto mi discarno.

69

La rigida giustizia che mi fruga

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tragge cagion del loco ov’ io peccai

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a metter più li miei sospiri in fuga.

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Ivi è Romena, là dov’ io falsai

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la lega suggellata del Batista;

74

per ch’io il corpo sù arso lasciai.

75

Ma s’io vedessi qui l’anima trista

76

di Guido o d’Alessandro o di lor frate,

77

per Fonte Branda non darei la vista.

78

Dentro c’è l’una già, se l’arrabbiate

79

ombre che vanno intorno dicon vero;

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ma che mi val, c’ho le membra legate?

81

S’io fossi pur di tanto ancor leggero

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ch’i’ potessi in cent’ anni andare un’oncia,

83

io sarei messo già per lo sentiero,

84

cercando lui tra questa gente sconcia,

85

con tutto ch’ella volge undici miglia,

86

e men d’un mezzo di traverso non ci ha.

87

Io son per lor tra sì fatta famiglia;

88

e’ m’indussero a batter li fiorini

89

ch’avevan tre carati di mondiglia».

90

E io a lui: «Chi son li due tapini

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che fumman come man bagnate ’l verno,

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giacendo stretti a’ tuoi destri confini?».

93

«Qui li trovai—e poi volta non dierno—»,

94

rispuose, «quando piovvi in questo greppo,

95

e non credo che dieno in sempiterno.

96

L’una è la falsa ch’accusò Gioseppo;

97

l’altr’ è ’l falso Sinon greco di Troia:

98

per febbre aguta gittan tanto leppo».

99

E l’un di lor, che si recò a noia

100

forse d’esser nomato sì oscuro,

101

col pugno li percosse l’epa croia.

102

Quella sonò come fosse un tamburo;

103

e mastro Adamo li percosse il volto

104

col braccio suo, che non parve men duro,

105

dicendo a lui: «Ancor che mi sia tolto

106

lo muover per le membra che son gravi,

107

ho io il braccio a tal mestiere sciolto».

108

Ond’ ei rispuose: «Quando tu andavi

109

al fuoco, non l’avei tu così presto;

110

ma sì e più l’avei quando coniavi».

111

E l’idropico: «Tu di’ ver di questo:

112

ma tu non fosti sì ver testimonio

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là ’ve del ver fosti a Troia richesto».

114

«S’io dissi falso, e tu falsasti il conio»,

115

disse Sinon; «e son qui per un fallo,

116

e tu per più ch’alcun altro demonio!».

117

«Ricorditi, spergiuro, del cavallo»,

118

rispuose quel ch’avëa infiata l’epa;

119

«e sieti reo che tutto il mondo sallo!».

120

«E te sia rea la sete onde ti crepa»,

121

disse ’l Greco, «la lingua, e l’acqua marcia

122

che ’l ventre innanzi a li occhi sì t’assiepa!».

123

Allora il monetier: «Così si squarcia

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la bocca tua per tuo mal come suole;

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ché, s’i’ ho sete e omor mi rinfarcia,

126

tu hai l’arsura e ’l capo che ti duole,

127

e per leccar lo specchio di Narcisso,

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non vorresti a ’nvitar molte parole».

129

Ad ascoltarli er’ io del tutto fisso,

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quando ’l maestro mi disse: «Or pur mira,

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che per poco che teco non mi risso!».

132

Quand’ io ’l senti’ a me parlar con ira,

133

volsimi verso lui con tal vergogna,

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ch’ancor per la memoria mi si gira.

135

Qual è colui che suo dannaggio sogna,

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che sognando desidera sognare,

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sì che quel ch’è, come non fosse, agogna,

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tal mi fec’ io, non possendo parlare,

139

che disïava scusarmi, e scusava

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me tuttavia, e nol mi credea fare.

141

«Maggior difetto men vergogna lava»,

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disse ’l maestro, «che ’l tuo non è stato;

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però d’ogne trestizia ti disgrava.

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E fa ragion ch’io ti sia sempre allato,

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se più avvien che fortuna t’accoglia

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dove sien genti in simigliante piato:

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ché voler ciò udire è bassa voglia».

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