I falsari nella decima bolgia

Guida al canto

Dove siamo

Dante lascia la nona bolgia e scende lungo il ponte fino all'ultima cava di Malebolge, dove la scena cambia di colpo: lamenti e un puzzo di carni marcite sostituiscono lo spettacolo della carne squarciata appena visto. Sul fondo giacciono figure coperte di lebbra, in pose diverse, che si grattano senza tregua con le unghie. Virgilio sollecita Dante a riprendere il cammino e a non perdere tempo a contare i giri che ancora mancano.

Chi incontriamo

Appaiono due alchimisti, Griffolino d'Arezzo e Capocchio da Siena. Griffolino racconta di essere stato bruciato vivo da Albero da Siena, cui aveva promesso per gioco di insegnargli a volare, e spiega che nell'ultima bolgia fu dannato per l'alchimia. Capocchio, che si definisce una scimia della natura, ricorda con un sorriso amaro la brigata senese degli scialacquatori, tra cui Stricca, Niccolò e Caccia d'Asciano. Poco prima, senza scambio di parole, era apparsa l'ombra di Geri del Bello, parente di Dante, che il poeta non aveva potuto salutare.

Cosa aspettarsi

L'incontro apre lo spazio dei falsatori di persona, che richiederanno a Dante un coinvolgimento ben più diretto e sgradevole. Il riferimento a Geri del Bello e alla morte senza vendetta riaffiora come motivo destinato a tornare. La tappa successiva è un'altra prova morale prima del pozzo dei giganti.
Testo originaleInferno · Canto XXIX
Parafrasi

La molta gente e le diverse piaghe

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avean le luci mie sì inebrïate,

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che de lo stare a piangere eran vaghe.

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Ma Virgilio mi disse: «Che pur guate?

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perché la vista tua pur si soffolge

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là giù tra l’ombre triste smozzicate?

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Tu non hai fatto sì a l’altre bolge;

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pensa, se tu annoverar le credi,

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che miglia ventidue la valle volge.

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E già la luna è sotto i nostri piedi;

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lo tempo è poco omai che n’è concesso,

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e altro è da veder che tu non vedi».

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«Se tu avessi», rispuos’ io appresso,

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«atteso a la cagion per ch’io guardava,

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forse m’avresti ancor lo star dimesso».

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Parte sen giva, e io retro li andava,

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lo duca, già faccendo la risposta,

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e soggiugnendo: «Dentro a quella cava

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dov’ io tenea or li occhi sì a posta,

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credo ch’un spirto del mio sangue pianga

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la colpa che là giù cotanto costa».

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Allor disse ’l maestro: «Non si franga

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lo tuo pensier da qui innanzi sovr’ ello.

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Attendi ad altro, ed ei là si rimanga;

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ch’io vidi lui a piè del ponticello

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mostrarti e minacciar forte col dito,

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e udi’ ’l nominar Geri del Bello.

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Tu eri allor sì del tutto impedito

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sovra colui che già tenne Altaforte,

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che non guardasti in là, sì fu partito».

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«O duca mio, la vïolenta morte

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che non li è vendicata ancor», diss’ io,

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«per alcun che de l’onta sia consorte,

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fece lui disdegnoso; ond’ el sen gio

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sanza parlarmi, sì com’ ïo estimo:

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e in ciò m’ha el fatto a sé più pio».

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Così parlammo infino al loco primo

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che de lo scoglio l’altra valle mostra,

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se più lume vi fosse, tutto ad imo.

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Quando noi fummo sor l’ultima chiostra

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di Malebolge, sì che i suoi conversi

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potean parere a la veduta nostra,

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lamenti saettaron me diversi,

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che di pietà ferrati avean li strali;

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ond’ io li orecchi con le man copersi.

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Qual dolor fora, se de li spedali

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di Valdichiana tra ’l luglio e ’l settembre

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e di Maremma e di Sardigna i mali

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fossero in una fossa tutti ’nsembre,

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tal era quivi, e tal puzzo n’usciva

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qual suol venir de le marcite membre.

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Noi discendemmo in su l’ultima riva

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del lungo scoglio, pur da man sinistra;

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e allor fu la mia vista più viva

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giù ver’ lo fondo, la ’ve la ministra

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de l’alto Sire infallibil giustizia

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punisce i falsador che qui registra.

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Non credo ch’a veder maggior tristizia

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fosse in Egina il popol tutto infermo,

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quando fu l’aere sì pien di malizia,

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che li animali, infino al picciol vermo,

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cascaron tutti, e poi le genti antiche,

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secondo che i poeti hanno per fermo,

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si ristorar di seme di formiche;

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ch’era a veder per quella oscura valle

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languir li spirti per diverse biche.

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Qual sovra ’l ventre e qual sovra le spalle

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l’un de l’altro giacea, e qual carpone

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si trasmutava per lo tristo calle.

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Passo passo andavam sanza sermone,

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guardando e ascoltando li ammalati,

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che non potean levar le lor persone.

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Io vidi due sedere a sé poggiati,

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com’ a scaldar si poggia tegghia a tegghia,

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dal capo al piè di schianze macolati;

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e non vidi già mai menare stregghia

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a ragazzo aspettato dal segnorso,

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né a colui che mal volontier vegghia,

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come ciascun menava spesso il morso

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de l’unghie sopra sé per la gran rabbia

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del pizzicor, che non ha più soccorso;

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e sì traevan giù l’unghie la scabbia,

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come coltel di scardova le scaglie

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o d’altro pesce che più larghe l’abbia.

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«O tu che con le dita ti dismaglie»,

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cominciò ’l duca mio a l’un di loro,

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«e che fai d’esse talvolta tanaglie,

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dinne s’alcun Latino è tra costoro

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che son quinc’ entro, se l’unghia ti basti

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etternalmente a cotesto lavoro».

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«Latin siam noi, che tu vedi sì guasti

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qui ambedue», rispuose l’un piangendo;

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«ma tu chi se’ che di noi dimandasti?».

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E ’l duca disse: «I’ son un che discendo

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con questo vivo giù di balzo in balzo,

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e di mostrar lo ’nferno a lui intendo».

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Allor si ruppe lo comun rincalzo;

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e tremando ciascuno a me si volse

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con altri che l’udiron di rimbalzo.

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Lo buon maestro a me tutto s’accolse,

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dicendo: «Dì a lor ciò che tu vuoli»;

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e io incominciai, poscia ch’ei volse:

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«Se la vostra memoria non s’imboli

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nel primo mondo da l’umane menti,

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ma s’ella viva sotto molti soli,

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ditemi chi voi siete e di che genti;

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la vostra sconcia e fastidiosa pena

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di palesarvi a me non vi spaventi».

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«Io fui d’Arezzo, e Albero da Siena»,

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rispuose l’un, «mi fé mettere al foco;

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ma quel per ch’io mori’ qui non mi mena.

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Vero è ch’i’ dissi lui, parlando a gioco:

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“I’ mi saprei levar per l’aere a volo”;

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e quei, ch’avea vaghezza e senno poco,

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volle ch’i’ li mostrassi l’arte; e solo

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perch’ io nol feci Dedalo, mi fece

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ardere a tal che l’avea per figliuolo.

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Ma ne l’ultima bolgia de le diece

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me per l’alchìmia che nel mondo usai

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dannò Minòs, a cui fallar non lece».

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E io dissi al poeta: «Or fu già mai

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gente sì vana come la sanese?

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Certo non la francesca sì d’assai!».

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Onde l’altro lebbroso, che m’intese,

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rispuose al detto mio: «Tra’mene Stricca

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che seppe far le temperate spese,

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e Niccolò che la costuma ricca

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del garofano prima discoverse

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ne l’orto dove tal seme s’appicca;

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e tra’ne la brigata in che disperse

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Caccia d’Ascian la vigna e la gran fonda,

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e l’Abbagliato suo senno proferse.

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Ma perché sappi chi sì ti seconda

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contra i Sanesi, aguzza ver’ me l’occhio,

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sì che la faccia mia ben ti risponda:

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sì vedrai ch’io son l’ombra di Capocchio,

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che falsai li metalli con l’alchìmia;

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e te dee ricordar, se ben t’adocchio,

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com’ io fui di natura buona scimia».

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