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I seminatori di scisma dilaniati dal diavolo

Guida al canto

Dove siamo

Dante e Virgilio scendono dal ponte che sovrasta l'ottava bolgia e si affacciano sulla nona, dove i dannati sono squarciati da un diavolo che riapre le ferite a ogni passaggio. L'impatto è visivo e olfattivo: corpi aperti, budella pendule, un fetore descritto come insopportabile. Dal fuoco ordinato delle fiamme si passa a un fossato di carne tagliata e di voci che escono da gole sventrate.

Chi incontriamo

Nella bolgia compaiono Maometto, che si apre il petto e nomina Alì che lo precede; Pier da Medicina, che affida a Dante un messaggio per due uomini di Fano e indica un traditore vicino come mandante; Curione, indicato da un compagno con la bocca aperta a forza; il Mosca degli Uberti, ricordato per la frase che armò i fiorentini contro Buondelmonte; e Bertram dal Bornio, che cammina reggendo la propria testa recisa come una lanterna.

Cosa aspettarsi

Da questa bolgia Dante esce con un carico di profezie da recapitare, soprattutto per Fano e per la Romagna. Bertram dal Bornio, ultimo della schiera, chiude l'incontro annunciando sé stesso e spiegando il contrappasso della sua pena. Il viaggio si avvia ora verso l'ultima bolgia, dove i traditori dei benefattori attendono sotto il ghiaccio.
Testo originaleInferno · Canto XXVIII
Parafrasi

Chi poria mai pur con parole sciolte

1

dicer del sangue e de le piaghe a pieno

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ch’i’ ora vidi, per narrar più volte?

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Ogne lingua per certo verria meno

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per lo nostro sermone e per la mente

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c’hanno a tanto comprender poco seno.

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S’el s’aunasse ancor tutta la gente

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che già, in su la fortunata terra

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di Puglia, fu del suo sangue dolente

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per li Troiani e per la lunga guerra

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che de l’anella fé sì alte spoglie,

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come Livïo scrive, che non erra,

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con quella che sentio di colpi doglie

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per contastare a Ruberto Guiscardo;

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e l’altra il cui ossame ancor s’accoglie

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a Ceperan, là dove fu bugiardo

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ciascun Pugliese, e là da Tagliacozzo,

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dove sanz’ arme vinse il vecchio Alardo;

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e qual forato suo membro e qual mozzo

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mostrasse, d’aequar sarebbe nulla

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il modo de la nona bolgia sozzo.

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Già veggia, per mezzul perdere o lulla,

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com’ io vidi un, così non si pertugia,

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rotto dal mento infin dove si trulla.

24

Tra le gambe pendevan le minugia;

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la corata pareva e ’l tristo sacco

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che merda fa di quel che si trangugia.

27

Mentre che tutto in lui veder m’attacco,

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guardommi e con le man s’aperse il petto,

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dicendo: «Or vedi com’ io mi dilacco!

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vedi come storpiato è Mäometto!

31

Dinanzi a me sen va piangendo Alì,

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fesso nel volto dal mento al ciuffetto.

33

E tutti li altri che tu vedi qui,

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seminator di scandalo e di scisma

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fuor vivi, e però son fessi così.

36

Un diavolo è qua dietro che n’accisma

37

sì crudelmente, al taglio de la spada

38

rimettendo ciascun di questa risma,

39

quand’ avem volta la dolente strada;

40

però che le ferite son richiuse

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prima ch’altri dinanzi li rivada.

42

Ma tu chi se’ che ’n su lo scoglio muse,

43

forse per indugiar d’ire a la pena

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ch’è giudicata in su le tue accuse?».

45

«Né morte ’l giunse ancor, né colpa ’l mena»,

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rispuose ’l mio maestro, «a tormentarlo;

47

ma per dar lui esperïenza piena,

48

a me, che morto son, convien menarlo

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per lo ’nferno qua giù di giro in giro;

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e quest’ è ver così com’ io ti parlo».

51

Più fuor di cento che, quando l’udiro,

52

s’arrestaron nel fosso a riguardarmi

53

per maraviglia, oblïando il martiro.

54

«Or dì a fra Dolcin dunque che s’armi,

55

tu che forse vedra’ il sole in breve,

56

s’ello non vuol qui tosto seguitarmi,

57

sì di vivanda, che stretta di neve

58

non rechi la vittoria al Noarese,

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ch’altrimenti acquistar non saria leve».

60

Poi che l’un piè per girsene sospese,

61

Mäometto mi disse esta parola;

62

indi a partirsi in terra lo distese.

63

Un altro, che forata avea la gola

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e tronco ’l naso infin sotto le ciglia,

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e non avea mai ch’una orecchia sola,

66

ristato a riguardar per maraviglia

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con li altri, innanzi a li altri aprì la canna,

68

ch’era di fuor d’ogne parte vermiglia,

69

e disse: «O tu cui colpa non condanna

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e cu’ io vidi su in terra latina,

71

se troppa simiglianza non m’inganna,

72

rimembriti di Pier da Medicina,

73

se mai torni a veder lo dolce piano

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che da Vercelli a Marcabò dichina.

75

E fa saper a’ due miglior da Fano,

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a messer Guido e anco ad Angiolello,

77

che, se l’antiveder qui non è vano,

78

gittati saran fuor di lor vasello

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e mazzerati presso a la Cattolica

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per tradimento d’un tiranno fello.

81

Tra l’isola di Cipri e di Maiolica

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non vide mai sì gran fallo Nettuno,

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non da pirate, non da gente argolica.

84

Quel traditor che vede pur con l’uno,

85

e tien la terra che tale qui meco

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vorrebbe di vedere esser digiuno,

87

farà venirli a parlamento seco;

88

poi farà sì, ch’al vento di Focara

89

non sarà lor mestier voto né preco».

90

E io a lui: «Dimostrami e dichiara,

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se vuo’ ch’i’ porti sù di te novella,

92

chi è colui da la veduta amara».

93

Allor puose la mano a la mascella

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d’un suo compagno e la bocca li aperse,

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gridando: «Questi è desso, e non favella.

96

Questi, scacciato, il dubitar sommerse

97

in Cesare, affermando che ’l fornito

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sempre con danno l’attender sofferse».

99

Oh quanto mi pareva sbigottito

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con la lingua tagliata ne la strozza

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Curïo, ch’a dir fu così ardito!

102

E un ch’avea l’una e l’altra man mozza,

103

levando i moncherin per l’aura fosca,

104

sì che ’l sangue facea la faccia sozza,

105

gridò: «Ricordera’ti anche del Mosca,

106

che disse, lasso!, “Capo ha cosa fatta”,

107

che fu mal seme per la gente tosca».

108

E io li aggiunsi: «E morte di tua schiatta»;

109

per ch’elli, accumulando duol con duolo,

110

sen gio come persona trista e matta.

111

Ma io rimasi a riguardar lo stuolo,

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e vidi cosa ch’io avrei paura,

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sanza più prova, di contarla solo;

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se non che coscïenza m’assicura,

115

la buona compagnia che l’uom francheggia

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sotto l’asbergo del sentirsi pura.

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Io vidi certo, e ancor par ch’io ’l veggia,

118

un busto sanza capo andar sì come

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andavan li altri de la trista greggia;

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e ’l capo tronco tenea per le chiome,

121

pesol con mano a guisa di lanterna:

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e quel mirava noi e dicea: «Oh me!».

123

Di sé facea a sé stesso lucerna,

124

ed eran due in uno e uno in due;

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com’ esser può, quei sa che sì governa.

126

Quando diritto al piè del ponte fue,

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levò ’l braccio alto con tutta la testa

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per appressarne le parole sue,

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che fuoro: «Or vedi la pena molesta,

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tu che, spirando, vai veggendo i morti:

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vedi s’alcuna è grande come questa.

132

E perché tu di me novella porti,

133

sappi ch’i’ son Bertram dal Bornio, quelli

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che diedi al re giovane i ma’ conforti.

135

Io feci il padre e ’l figlio in sé ribelli;

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Achitofèl non fé più d’Absalone

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e di Davìd coi malvagi punzelli.

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Perch’ io parti’ così giunte persone,

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partito porto il mio cerebro, lasso!,

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dal suo principio ch’è in questo troncone.

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Così s’osserva in me lo contrapasso».

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