La fiamma di Guido da Montefeltro

Guida al canto

Dove siamo

Dante e Virgilio sono ancora sul ponte sopra la nona bolgia, dove le fiamme dei seminatori di discordia avanzano in fila. Il fuoco di Ulisse e Diomede si è allontanato e ne arriva un altro che emette suoni confusi, perché la voce esce solo dalla punta della fiamma. Il rischio iniziale è capire chi parli: Dante è chino sul vuoto e deve ascoltare con attenzione per cogliere le parole.

Chi incontriamo

Una nuova fiamma contiene Guido da Montefeltro, che si rivolge a Dante in dialetto e chiede notizie della Romagna. È lui a raccontare la sua vicenda: la vita da uomo d'armi, la conversione tardiva, il consiglio fraudolento dato a Bonifacio VIII e la dannazione impostagli da san Francesco.

Cosa aspettarsi

Dopo il racconto Dante porta con sé l'idea che un'assoluzione privata non possa cancellare un peccato non confessato. La fiamma si allontana gemendo e i due pellegrini passano al ponte successivo. Si affaccia ora l'ultima bolgia, dove i traditori dei benefattori sono coperti dal ghiaccio, e il viaggio si prepara a cambiare aspetto.
Testo originaleInferno · Canto XXVII
Parafrasi

Già era dritta in sù la fiamma e queta

1

per non dir più, e già da noi sen gia

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con la licenza del dolce poeta,

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quand’ un’altra, che dietro a lei venìa,

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ne fece volger li occhi a la sua cima

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per un confuso suon che fuor n’uscia.

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Come ’l bue cicilian che mugghiò prima

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col pianto di colui, e ciò fu dritto,

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che l’avea temperato con sua lima,

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mugghiava con la voce de l’afflitto,

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sì che, con tutto che fosse di rame,

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pur el pareva dal dolor trafitto;

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così, per non aver via né forame

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dal principio nel foco, in suo linguaggio

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si convertïan le parole grame.

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Ma poscia ch’ebber colto lor vïaggio

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su per la punta, dandole quel guizzo

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che dato avea la lingua in lor passaggio,

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udimmo dire: «O tu a cu’ io drizzo

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la voce e che parlavi mo lombardo,

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dicendo “Istra ten va, più non t’adizzo”,

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perch’ io sia giunto forse alquanto tardo,

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non t’incresca restare a parlar meco;

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vedi che non incresce a me, e ardo!

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Se tu pur mo in questo mondo cieco

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caduto se’ di quella dolce terra

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latina ond’ io mia colpa tutta reco,

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dimmi se Romagnuoli han pace o guerra;

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ch’io fui d’i monti là intra Orbino

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e ’l giogo di che Tever si diserra».

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Io era in giuso ancora attento e chino,

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quando il mio duca mi tentò di costa,

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dicendo: «Parla tu; questi è latino».

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E io, ch’avea già pronta la risposta,

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sanza indugio a parlare incominciai:

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«O anima che se’ là giù nascosta,

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Romagna tua non è, e non fu mai,

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sanza guerra ne’ cuor de’ suoi tiranni;

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ma ’n palese nessuna or vi lasciai.

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Ravenna sta come stata è molt’ anni:

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l’aguglia da Polenta la si cova,

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sì che Cervia ricuopre co’ suoi vanni.

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La terra che fé già la lunga prova

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e di Franceschi sanguinoso mucchio,

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sotto le branche verdi si ritrova.

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E ’l mastin vecchio e ’l nuovo da Verrucchio,

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che fecer di Montagna il mal governo,

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là dove soglion fan d’i denti succhio.

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Le città di Lamone e di Santerno

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conduce il lïoncel dal nido bianco,

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che muta parte da la state al verno.

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E quella cu’ il Savio bagna il fianco,

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così com’ ella sie’ tra ’l piano e ’l monte,

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tra tirannia si vive e stato franco.

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Ora chi se’, ti priego che ne conte;

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non esser duro più ch’altri sia stato,

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se ’l nome tuo nel mondo tegna fronte».

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Poscia che ’l foco alquanto ebbe rugghiato

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al modo suo, l’aguta punta mosse

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di qua, di là, e poi diè cotal fiato:

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«S’i’ credesse che mia risposta fosse

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a persona che mai tornasse al mondo,

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questa fiamma staria sanza più scosse;

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ma però che già mai di questo fondo

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non tornò vivo alcun, s’i’ odo il vero,

65

sanza tema d’infamia ti rispondo.

66

Io fui uom d’arme, e poi fui cordigliero,

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credendomi, sì cinto, fare ammenda;

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e certo il creder mio venìa intero,

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se non fosse il gran prete, a cui mal prenda!,

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che mi rimise ne le prime colpe;

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e come e quare, voglio che m’intenda.

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Mentre ch’io forma fui d’ossa e di polpe

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che la madre mi diè, l’opere mie

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non furon leonine, ma di volpe.

75

Li accorgimenti e le coperte vie

76

io seppi tutte, e sì menai lor arte,

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ch’al fine de la terra il suono uscie.

78

Quando mi vidi giunto in quella parte

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di mia etade ove ciascun dovrebbe

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calar le vele e raccoglier le sarte,

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ciò che pria mi piacëa, allor m’increbbe,

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e pentuto e confesso mi rendei;

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ahi miser lasso! e giovato sarebbe.

84

Lo principe d’i novi Farisei,

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avendo guerra presso a Laterano,

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e non con Saracin né con Giudei,

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ché ciascun suo nimico era cristiano,

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e nessun era stato a vincer Acri

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né mercatante in terra di Soldano,

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né sommo officio né ordini sacri

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guardò in sé, né in me quel capestro

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che solea fare i suoi cinti più macri.

93

Ma come Costantin chiese Silvestro

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d’entro Siratti a guerir de la lebbre,

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così mi chiese questi per maestro

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a guerir de la sua superba febbre;

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domandommi consiglio, e io tacetti

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perché le sue parole parver ebbre.

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E’ poi ridisse: “Tuo cuor non sospetti;

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finor t’assolvo, e tu m’insegna fare

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sì come Penestrino in terra getti.

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Lo ciel poss’ io serrare e diserrare,

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come tu sai; però son due le chiavi

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che ’l mio antecessor non ebbe care”.

105

Allor mi pinser li argomenti gravi

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là ’ve ’l tacer mi fu avviso ’l peggio,

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e dissi: “Padre, da che tu mi lavi

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di quel peccato ov’ io mo cader deggio,

109

lunga promessa con l’attender corto

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ti farà trïunfar ne l’alto seggio”.

111

Francesco venne poi, com’ io fu’ morto,

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per me; ma un d’i neri cherubini

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li disse: “Non portar: non mi far torto.

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Venir se ne dee giù tra ’ miei meschini

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perché diede ’l consiglio frodolente,

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dal quale in qua stato li sono a’ crini;

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ch’assolver non si può chi non si pente,

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né pentere e volere insieme puossi

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per la contradizion che nol consente”.

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Oh me dolente! come mi riscossi

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quando mi prese dicendomi: “Forse

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tu non pensavi ch’io löico fossi!”.

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A Minòs mi portò; e quelli attorse

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otto volte la coda al dosso duro;

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e poi che per gran rabbia la si morse,

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disse: “Questi è d’i rei del foco furo”;

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per ch’io là dove vedi son perduto,

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e sì vestito, andando, mi rancuro».

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Quand’ elli ebbe ’l suo dir così compiuto,

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la fiamma dolorando si partio,

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torcendo e dibattendo ’l corno aguto.

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Noi passamm’ oltre, e io e ’l duca mio,

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su per lo scoglio infino in su l’altr’ arco

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che cuopre ’l fosso in che si paga il fio

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a quei che scommettendo acquistan carco.

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