Le metamorfosi e Caco

Guida al canto

Dove siamo

Restiamo sull'argine dell'ottava bolgia, quella dei ladri, dopo la profezia di Vanni Fucci. Il conflitto iniziale è uno spettacolo visivo che disorienta: corpi che si fondono, si scambiano membra, diventano rettili. Dante osserva dal ciglio, gli occhi e l'animo confusi dalla continua metamorfosi.

Chi incontriamo

Caco, centauro coperto di bisce con un drago sulla groppa, che Virgilio riconosce e indica come il mitico ladro ucciso da Ercole per il furto dei buoi di Gerione. Poi entrano in scena i tre dannati che attraversano il fosso: uno cerca Cianfa e viene morso e avvinghiato da un serpente a sei piedi; un secondo, trafitto da un serpentello, si trasforma con lui; il terzo resta uguale ed è Puccio Sciancato. L'uomo-serpente che fugge infine nomina Buoso, indicando il compagno che ora striscia.

Cosa aspettarsi

Dopo le metamorfosi Dante porta con sé l'immagine di identità che si dissolvono e si scambiano, e la domanda su chi fosse davvero ciascun dannato. Il viaggio prosegue verso la nona bolgia, riservata ai seminatori di discordie, dove cambia del tutto il tipo di pena.
Testo originaleInferno · Canto XXV
Parafrasi

Al fine de le sue parole il ladro

1

le mani alzò con amendue le fiche,

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gridando: «Togli, Dio, ch’a te le squadro!».

3

Da indi in qua mi fuor le serpi amiche,

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perch’ una li s’avvolse allora al collo,

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come dicesse ‘Non vo’ che più diche’;

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e un’altra a le braccia, e rilegollo,

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ribadendo sé stessa sì dinanzi,

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che non potea con esse dare un crollo.

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Ahi Pistoia, Pistoia, ché non stanzi

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d’incenerarti sì che più non duri,

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poi che ’n mal fare il seme tuo avanzi?

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Per tutt’ i cerchi de lo ’nferno scuri

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non vidi spirto in Dio tanto superbo,

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non quel che cadde a Tebe giù da’ muri.

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El si fuggì che non parlò più verbo;

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e io vidi un centauro pien di rabbia

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venir chiamando: «Ov’ è, ov’ è l’acerbo?».

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Maremma non cred’ io che tante n’abbia,

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quante bisce elli avea su per la groppa

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infin ove comincia nostra labbia.

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Sovra le spalle, dietro da la coppa,

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con l’ali aperte li giacea un draco;

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e quello affuoca qualunque s’intoppa.

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Lo mio maestro disse: «Questi è Caco,

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che, sotto ’l sasso di monte Aventino,

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di sangue fece spesse volte laco.

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Non va co’ suoi fratei per un cammino,

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per lo furto che frodolente fece

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del grande armento ch’elli ebbe a vicino;

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onde cessar le sue opere biece

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sotto la mazza d’Ercule, che forse

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gliene diè cento, e non sentì le diece».

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Mentre che sì parlava, ed el trascorse,

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e tre spiriti venner sotto noi,

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de’ quai né io né ’l duca mio s’accorse,

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se non quando gridar: «Chi siete voi?»;

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per che nostra novella si ristette,

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e intendemmo pur ad essi poi.

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Io non li conoscea; ma ei seguette,

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come suol seguitar per alcun caso,

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che l’un nomar un altro convenette,

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dicendo: «Cianfa dove fia rimaso?»;

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per ch’io, acciò che ’l duca stesse attento,

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mi puosi ’l dito su dal mento al naso.

45

Se tu se’ or, lettore, a creder lento

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ciò ch’io dirò, non sarà maraviglia,

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ché io che ’l vidi, a pena il mi consento.

48

Com’ io tenea levate in lor le ciglia,

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e un serpente con sei piè si lancia

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dinanzi a l’uno, e tutto a lui s’appiglia.

51

Co’ piè di mezzo li avvinse la pancia

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e con li anterïor le braccia prese;

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poi li addentò e l’una e l’altra guancia;

54

li diretani a le cosce distese,

55

e miseli la coda tra ’mbedue

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e dietro per le ren sù la ritese.

57

Ellera abbarbicata mai non fue

58

ad alber sì, come l’orribil fiera

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per l’altrui membra avviticchiò le sue.

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Poi s’appiccar, come di calda cera

61

fossero stati, e mischiar lor colore,

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né l’un né l’altro già parea quel ch’era:

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come procede innanzi da l’ardore,

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per lo papiro suso, un color bruno

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che non è nero ancora e ’l bianco more.

66

Li altri due ’l riguardavano, e ciascuno

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gridava: «Omè, Agnel, come ti muti!

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Vedi che già non se’ né due né uno».

69

Già eran li due capi un divenuti,

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quando n’apparver due figure miste

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in una faccia, ov’ eran due perduti.

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Fersi le braccia due di quattro liste;

73

le cosce con le gambe e ’l ventre e ’l casso

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divenner membra che non fuor mai viste.

75

Ogne primaio aspetto ivi era casso:

76

due e nessun l’imagine perversa

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parea; e tal sen gio con lento passo.

78

Come ’l ramarro sotto la gran fersa

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dei dì canicular, cangiando sepe,

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folgore par se la via attraversa,

81

sì pareva, venendo verso l’epe

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de li altri due, un serpentello acceso,

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livido e nero come gran di pepe;

84

e quella parte onde prima è preso

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nostro alimento, a l’un di lor trafisse;

86

poi cadde giuso innanzi lui disteso.

87

Lo trafitto ’l mirò, ma nulla disse;

88

anzi, co’ piè fermati, sbadigliava

89

pur come sonno o febbre l’assalisse.

90

Elli ’l serpente e quei lui riguardava;

91

l’un per la piaga e l’altro per la bocca

92

fummavan forte, e ’l fummo si scontrava.

93

Taccia Lucano ormai là dov’ e’ tocca

94

del misero Sabello e di Nasidio,

95

e attenda a udir quel ch’or si scocca.

96

Taccia di Cadmo e d’Aretusa Ovidio,

97

ché se quello in serpente e quella in fonte

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converte poetando, io non lo ’nvidio;

99

ché due nature mai a fronte a fronte

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non trasmutò sì ch’amendue le forme

101

a cambiar lor matera fosser pronte.

102

Insieme si rispuosero a tai norme,

103

che ’l serpente la coda in forca fesse,

104

e ’l feruto ristrinse insieme l’orme.

105

Le gambe con le cosce seco stesse

106

s’appiccar sì, che ’n poco la giuntura

107

non facea segno alcun che si paresse.

108

Togliea la coda fessa la figura

109

che si perdeva là, e la sua pelle

110

si facea molle, e quella di là dura.

111

Io vidi intrar le braccia per l’ascelle,

112

e i due piè de la fiera, ch’eran corti,

113

tanto allungar quanto accorciavan quelle.

114

Poscia li piè di rietro, insieme attorti,

115

diventaron lo membro che l’uom cela,

116

e ’l misero del suo n’avea due porti.

117

Mentre che ’l fummo l’uno e l’altro vela

118

di color novo, e genera ’l pel suso

119

per l’una parte e da l’altra il dipela,

120

l’un si levò e l’altro cadde giuso,

121

non torcendo però le lucerne empie,

122

sotto le quai ciascun cambiava muso.

123

Quel ch’era dritto, il trasse ver’ le tempie,

124

e di troppa matera ch’in là venne

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uscir li orecchi de le gote scempie;

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ciò che non corse in dietro e si ritenne

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di quel soverchio, fé naso a la faccia

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e le labbra ingrossò quanto convenne.

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Quel che giacëa, il muso innanzi caccia,

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e li orecchi ritira per la testa

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come face le corna la lumaccia;

132

e la lingua, ch’avëa unita e presta

133

prima a parlar, si fende, e la forcuta

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ne l’altro si richiude; e ’l fummo resta.

135

L’anima ch’era fiera divenuta,

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suffolando si fugge per la valle,

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e l’altro dietro a lui parlando sputa.

138

Poscia li volse le novelle spalle,

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e disse a l’altro: «I’ vo’ che Buoso corra,

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com’ ho fatt’ io, carpon per questo calle».

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Così vid’ io la settima zavorra

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mutare e trasmutare; e qui mi scusi

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la novità se fior la penna abborra.

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E avvegna che li occhi miei confusi

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fossero alquanto e l’animo smagato,

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non poter quei fuggirsi tanto chiusi,

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ch’i’ non scorgessi ben Puccio Sciancato;

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ed era quel che sol, di tre compagni

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che venner prima, non era mutato;

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l’altr’ era quel che tu, Gaville, piagni.

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