← Canto XXII

Inferno, Canto XXIII

Canto XXIV →

La fuga sui Malebranche e i Frati godenti

Guida al canto

Dove siamo

Siamo sullo spartiacque tra l'ottava e la nona bolgia. I Malebranche, rimasti nella pece dopo la zuffa, riapparono all'improvviso con le ali tese. Il conflitto iniziale è la corsa: Virgilio afferra Dante, scende di schiena lungo la ripa e atterra sul fondo della nona bolgia, dove una processione di dannati avanza a passi lenti sotto pesanti cappe dorate fuori e di piombo dentro.

Chi incontriamo

Entrano in scena i Frati godenti Catalano e Loderingo, due bolognesi che si offrono di dialogare e indicano il dannato disteso a terra: Caifa, il sommo sacerdote che consigliò di far morire un uomo per il popolo, crocifisso al suolo con tre pali. Virgilio appare qui per la sua azione concreta: prima porta in salvo Dante, poi chiede ai due frati una via d'uscita e reagisce stizzito a una notizia sgradita.

Cosa aspettarsi

Dopo l'incontro Dante riceve dai due frati un'indicazione pratica, ma anche un avvertimento che pesa sul cammino: non potrà contare sull'aiuto dei diavoli. Il lettore si prepara a salire per una frana del ponte rotto, proseguendo senza scorta verso altri ipocriti di rilievo storico.
Testo originaleInferno · Canto XXIII
Parafrasi

Taciti, soli, sanza compagnia

1

n’andavam l’un dinanzi e l’altro dopo,

2

come frati minor vanno per via.

3

Vòlt’ era in su la favola d’Isopo

4

lo mio pensier per la presente rissa,

5

dov’ el parlò de la rana e del topo;

6

ché più non si pareggia ‘mo’ e ‘issa’

7

che l’un con l’altro fa, se ben s’accoppia

8

principio e fine con la mente fissa.

9

E come l’un pensier de l’altro scoppia,

10

così nacque di quello un altro poi,

11

che la prima paura mi fé doppia.

12

Io pensava così: ‘Questi per noi

13

sono scherniti con danno e con beffa

14

sì fatta, ch’assai credo che lor nòi.

15

Se l’ira sovra ’l mal voler s’aggueffa,

16

ei ne verranno dietro più crudeli

17

che ’l cane a quella lievre ch’elli acceffa’.

18

Già mi sentia tutti arricciar li peli

19

de la paura e stava in dietro intento,

20

quand’ io dissi: «Maestro, se non celi

21

te e me tostamente, i’ ho pavento

22

d’i Malebranche. Noi li avem già dietro;

23

io li ’magino sì, che già li sento».

24

E quei: «S’i’ fossi di piombato vetro,

25

l’imagine di fuor tua non trarrei

26

più tosto a me, che quella dentro ’mpetro.

27

Pur mo venieno i tuo’ pensier tra ’ miei,

28

con simile atto e con simile faccia,

29

sì che d’intrambi un sol consiglio fei.

30

S’elli è che sì la destra costa giaccia,

31

che noi possiam ne l’altra bolgia scendere,

32

noi fuggirem l’imaginata caccia».

33

Già non compié di tal consiglio rendere,

34

ch’io li vidi venir con l’ali tese

35

non molto lungi, per volerne prendere.

36

Lo duca mio di sùbito mi prese,

37

come la madre ch’al romore è desta

38

e vede presso a sé le fiamme accese,

39

che prende il figlio e fugge e non s’arresta,

40

avendo più di lui che di sé cura,

41

tanto che solo una camiscia vesta;

42

e giù dal collo de la ripa dura

43

supin si diede a la pendente roccia,

44

che l’un de’ lati a l’altra bolgia tura.

45

Non corse mai sì tosto acqua per doccia

46

a volger ruota di molin terragno,

47

quand’ ella più verso le pale approccia,

48

come ’l maestro mio per quel vivagno,

49

portandosene me sovra ’l suo petto,

50

come suo figlio, non come compagno.

51

A pena fuoro i piè suoi giunti al letto

52

del fondo giù, ch’e’ furon in sul colle

53

sovresso noi; ma non lì era sospetto:

54

ché l’alta provedenza che lor volle

55

porre ministri de la fossa quinta,

56

poder di partirs’ indi a tutti tolle.

57

Là giù trovammo una gente dipinta

58

che giva intorno assai con lenti passi,

59

piangendo e nel sembiante stanca e vinta.

60

Elli avean cappe con cappucci bassi

61

dinanzi a li occhi, fatte de la taglia

62

che in Clugnì per li monaci fassi.

63

Di fuor dorate son, sì ch’elli abbaglia;

64

ma dentro tutte piombo, e gravi tanto,

65

che Federigo le mettea di paglia.

66

Oh in etterno faticoso manto!

67

Noi ci volgemmo ancor pur a man manca

68

con loro insieme, intenti al tristo pianto;

69

ma per lo peso quella gente stanca

70

venìa sì pian, che noi eravam nuovi

71

di compagnia ad ogne mover d’anca.

72

Per ch’io al duca mio: «Fa che tu trovi

73

alcun ch’al fatto o al nome si conosca,

74

e li occhi, sì andando, intorno movi».

75

E un che ’ntese la parola tosca,

76

di retro a noi gridò: «Tenete i piedi,

77

voi che correte sì per l’aura fosca!

78

Forse ch’avrai da me quel che tu chiedi».

79

Onde ’l duca si volse e disse: «Aspetta,

80

e poi secondo il suo passo procedi».

81

Ristetti, e vidi due mostrar gran fretta

82

de l’animo, col viso, d’esser meco;

83

ma tardavali ’l carco e la via stretta.

84

Quando fuor giunti, assai con l’occhio bieco

85

mi rimiraron sanza far parola;

86

poi si volsero in sé, e dicean seco:

87

«Costui par vivo a l’atto de la gola;

88

e s’e’ son morti, per qual privilegio

89

vanno scoperti de la grave stola?».

90

Poi disser me: «O Tosco, ch’al collegio

91

de l’ipocriti tristi se’ venuto,

92

dir chi tu se’ non avere in dispregio».

93

E io a loro: «I’ fui nato e cresciuto

94

sovra ’l bel fiume d’Arno a la gran villa,

95

e son col corpo ch’i’ ho sempre avuto.

96

Ma voi chi siete, a cui tanto distilla

97

quant’ i’ veggio dolor giù per le guance?

98

e che pena è in voi che sì sfavilla?».

99

E l’un rispuose a me: «Le cappe rance

100

son di piombo sì grosse, che li pesi

101

fan così cigolar le lor bilance.

102

Frati godenti fummo, e bolognesi;

103

io Catalano e questi Loderingo

104

nomati, e da tua terra insieme presi

105

come suole esser tolto un uom solingo,

106

per conservar sua pace; e fummo tali,

107

ch’ancor si pare intorno dal Gardingo».

108

Io cominciai: «O frati, i vostri mali . . . »;

109

ma più non dissi, ch’a l’occhio mi corse

110

un, crucifisso in terra con tre pali.

111

Quando mi vide, tutto si distorse,

112

soffiando ne la barba con sospiri;

113

e ’l frate Catalan, ch’a ciò s’accorse,

114

mi disse: «Quel confitto che tu miri,

115

consigliò i Farisei che convenia

116

porre un uom per lo popolo a’ martìri.

117

Attraversato è, nudo, ne la via,

118

come tu vedi, ed è mestier ch’el senta

119

qualunque passa, come pesa, pria.

120

E a tal modo il socero si stenta

121

in questa fossa, e li altri dal concilio

122

che fu per li Giudei mala sementa».

123

Allor vid’ io maravigliar Virgilio

124

sovra colui ch’era disteso in croce

125

tanto vilmente ne l’etterno essilio.

126

Poscia drizzò al frate cotal voce:

127

«Non vi dispiaccia, se vi lece, dirci

128

s’a la man destra giace alcuna foce

129

onde noi amendue possiamo uscirci,

130

sanza costrigner de li angeli neri

131

che vegnan d’esto fondo a dipartirci».

132

Rispuose adunque: «Più che tu non speri

133

s’appressa un sasso che da la gran cerchia

134

si move e varca tutt’ i vallon feri,

135

salvo che ’n questo è rotto e nol coperchia;

136

montar potrete su per la ruina,

137

che giace in costa e nel fondo soperchia».

138

Lo duca stette un poco a testa china;

139

poi disse: «Mal contava la bisogna

140

colui che i peccator di qua uncina».

141

E ’l frate: «Io udi’ già dire a Bologna

142

del diavol vizi assai, tra ’ quali udi’

143

ch’elli è bugiardo, e padre di menzogna».

144

Appresso il duca a gran passi sen gì,

145

turbato un poco d’ira nel sembiante;

146

ond’ io da li ’ncarcati mi parti’

147

dietro a le poste de le care piante.

148