La beffa del Navarrese e la zuffa dei diavoli

Guida al canto

Dove siamo

Siamo ancora nell'ottava bolgia, la fossa dei barattieri coperta di pece bollente. Dante e Virgilio sono scortati dai dieci Malebranche lungo la riva, mentre sotto di loro i dannati emergono appena dalla pece come ranocchi o delfini. Il conflitto iniziale è questo equilibrio fragile: la guida di Virgilio è preziosa, ma la scorta armata di uncini può scatenarsi in qualunque momento.

Chi incontriamo

Entra in scena un barattiere nato in Navarra, figlio di un servo di un signore corrotto e poi diventato familiare del re Tebaldo: parla con ironia e spinge i diavoli l'uno contro l'altro. Virgilio non è qui solo la guida, ma l'interlocutore che interroga il dannato e ottiene i nomi di frate Gomita di Gallura e di Michel Zanche di Logodoro, altri due barattieri citati in funzione nuova. I Malebranche si distinguono per nome e gesto: Graffiacane, Rubicante, Ciriatto, Libicocco, Draghignazzo, Barbariccia, Cagnazzo, Alichino, Calcabrina e Farfarello.

Cosa aspettarsi

Dopo il salto del Navarrese nella pece e la zuffa tra Alichino e Calcabrina caduti nel bollore, la scorta dei diavoli si scompagina. Dante e Virgilio restano soli sul bordo della bolgia, e il poeta si chiede come potranno proseguire senza più i demoni a fare da argine. Il prossimo canto si apre proprio su questa difficoltà nuova.
Testo originaleInferno · Canto XXII
Parafrasi

Io vidi già cavalier muover campo,

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e cominciare stormo e far lor mostra,

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e talvolta partir per loro scampo;

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corridor vidi per la terra vostra,

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o Aretini, e vidi gir gualdane,

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fedir torneamenti e correr giostra;

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quando con trombe, e quando con campane,

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con tamburi e con cenni di castella,

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e con cose nostrali e con istrane;

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né già con sì diversa cennamella

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cavalier vidi muover né pedoni,

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né nave a segno di terra o di stella.

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Noi andavam con li diece demoni.

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Ahi fiera compagnia! ma ne la chiesa

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coi santi, e in taverna coi ghiottoni.

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Pur a la pegola era la mia ’ntesa,

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per veder de la bolgia ogne contegno

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e de la gente ch’entro v’era incesa.

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Come i dalfini, quando fanno segno

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a’ marinar con l’arco de la schiena

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che s’argomentin di campar lor legno,

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talor così, ad alleggiar la pena,

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mostrav’ alcun de’ peccatori ’l dosso

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e nascondea in men che non balena.

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E come a l’orlo de l’acqua d’un fosso

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stanno i ranocchi pur col muso fuori,

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sì che celano i piedi e l’altro grosso,

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sì stavan d’ogne parte i peccatori;

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ma come s’appressava Barbariccia,

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così si ritraén sotto i bollori.

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I’ vidi, e anco il cor me n’accapriccia,

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uno aspettar così, com’ elli ’ncontra

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ch’una rana rimane e l’altra spiccia;

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e Graffiacan, che li era più di contra,

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li arruncigliò le ’mpegolate chiome

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e trassel sù, che mi parve una lontra.

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I’ sapea già di tutti quanti ’l nome,

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sì li notai quando fuorono eletti,

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e poi ch’e’ si chiamaro, attesi come.

39

«O Rubicante, fa che tu li metti

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li unghioni a dosso, sì che tu lo scuoi!»,

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gridavan tutti insieme i maladetti.

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E io: «Maestro mio, fa, se tu puoi,

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che tu sappi chi è lo sciagurato

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venuto a man de li avversari suoi».

45

Lo duca mio li s’accostò allato;

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domandollo ond’ ei fosse, e quei rispuose:

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«I’ fui del regno di Navarra nato.

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Mia madre a servo d’un segnor mi puose,

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che m’avea generato d’un ribaldo,

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distruggitor di sé e di sue cose.

51

Poi fui famiglia del buon re Tebaldo;

52

quivi mi misi a far baratteria,

53

di ch’io rendo ragione in questo caldo».

54

E Cirïatto, a cui di bocca uscia

55

d’ogne parte una sanna come a porco,

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li fé sentir come l’una sdruscia.

57

Tra male gatte era venuto ’l sorco;

58

ma Barbariccia il chiuse con le braccia

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e disse: «State in là, mentr’ io lo ’nforco».

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E al maestro mio volse la faccia;

61

«Domanda», disse, «ancor, se più disii

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saper da lui, prima ch’altri ’l disfaccia».

63

Lo duca dunque: «Or dì: de li altri rii

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conosci tu alcun che sia latino

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sotto la pece?». E quelli: «I’ mi partii,

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poco è, da un che fu di là vicino.

67

Così foss’ io ancor con lui coperto,

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ch’i’ non temerei unghia né uncino!».

69

E Libicocco «Troppo avem sofferto»,

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disse; e preseli ’l braccio col runciglio,

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sì che, stracciando, ne portò un lacerto.

72

Draghignazzo anco i volle dar di piglio

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giuso a le gambe; onde ’l decurio loro

74

si volse intorno intorno con mal piglio.

75

Quand’ elli un poco rappaciati fuoro,

76

a lui, ch’ancor mirava sua ferita,

77

domandò ’l duca mio sanza dimoro:

78

«Chi fu colui da cui mala partita

79

di’ che facesti per venire a proda?».

80

Ed ei rispuose: «Fu frate Gomita,

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quel di Gallura, vasel d’ogne froda,

82

ch’ebbe i nemici di suo donno in mano,

83

e fé sì lor, che ciascun se ne loda.

84

Danar si tolse e lasciolli di piano,

85

sì com’ e’ dice; e ne li altri offici anche

86

barattier fu non picciol, ma sovrano.

87

Usa con esso donno Michel Zanche

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di Logodoro; e a dir di Sardigna

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le lingue lor non si sentono stanche.

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Omè, vedete l’altro che digrigna;

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i’ direi anche, ma i’ temo ch’ello

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non s’apparecchi a grattarmi la tigna».

93

E ’l gran proposto, vòlto a Farfarello

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che stralunava li occhi per fedire,

95

disse: «Fatti ’n costà, malvagio uccello!».

96

«Se voi volete vedere o udire»,

97

ricominciò lo spaürato appresso,

98

«Toschi o Lombardi, io ne farò venire;

99

ma stieno i Malebranche un poco in cesso,

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sì ch’ei non teman de le lor vendette;

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e io, seggendo in questo loco stesso,

102

per un ch’io son, ne farò venir sette

103

quand’ io suffolerò, com’ è nostro uso

104

di fare allor che fori alcun si mette».

105

Cagnazzo a cotal motto levò ’l muso,

106

crollando ’l capo, e disse: «Odi malizia

107

ch’elli ha pensata per gittarsi giuso!».

108

Ond’ ei, ch’avea lacciuoli a gran divizia,

109

rispuose: «Malizioso son io troppo,

110

quand’ io procuro a’ mia maggior trestizia».

111

Alichin non si tenne e, di rintoppo

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a li altri, disse a lui: «Se tu ti cali,

113

io non ti verrò dietro di gualoppo,

114

ma batterò sovra la pece l’ali.

115

Lascisi ’l collo, e sia la ripa scudo,

116

a veder se tu sol più di noi vali».

117

O tu che leggi, udirai nuovo ludo:

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ciascun da l’altra costa li occhi volse,

119

quel prima, ch’a ciò fare era più crudo.

120

Lo Navarrese ben suo tempo colse;

121

fermò le piante a terra, e in un punto

122

saltò e dal proposto lor si sciolse.

123

Di che ciascun di colpa fu compunto,

124

ma quei più che cagion fu del difetto;

125

però si mosse e gridò: «Tu se’ giunto!».

126

Ma poco i valse: ché l’ali al sospetto

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non potero avanzar; quelli andò sotto,

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e quei drizzò volando suso il petto:

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non altrimenti l’anitra di botto,

130

quando ’l falcon s’appressa, giù s’attuffa,

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ed ei ritorna sù crucciato e rotto.

132

Irato Calcabrina de la buffa,

133

volando dietro li tenne, invaghito

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che quei campasse per aver la zuffa;

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e come ’l barattier fu disparito,

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così volse li artigli al suo compagno,

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e fu con lui sopra ’l fosso ghermito.

138

Ma l’altro fu bene sparvier grifagno

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ad artigliar ben lui, e amendue

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cadder nel mezzo del bogliente stagno.

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Lo caldo sghermitor sùbito fue;

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ma però di levarsi era neente,

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sì avieno inviscate l’ali sue.

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Barbariccia, con li altri suoi dolente,

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quattro ne fé volar da l’altra costa

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con tutt’ i raffi, e assai prestamente

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di qua, di là discesero a la posta;

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porser li uncini verso li ’mpaniati,

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ch’eran già cotti dentro da la crosta.

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E noi lasciammo lor così ’mpacciati.

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