I tre fiorentini e la corda gettata

Guida al canto

Dove siamo

Il cammino prosegue sul margine del settimo cerchio, oltre l'incontro con Brunetto. Il rombo dell'acqua che precipita nell'ottavo cerchio cresce fino a coprire la voce, e l'argine si apre su un salto ripido. Il fragore segnala la soglia di una nuova discesa, ancora tutta da affrontare.

Chi incontriamo

Tre fiorentini dannati tra i violenti contro natura: Guido Guerra, Tegghiaio Aldobrandi e Iacopo Rusticucci. Si staccano dal gruppo, ruotano in cerchio intorno a Dante e lo interrogano sulla sua città. Dante risponde con un giudizio duro, e i tre si allontanano di corsa. Solo dopo Virgilio compie un gesto enigmatico: scioglie la corda che Dante porta in vita e la getta nel burrato.

Cosa aspettarsi

L'incontro lascia a Dante un peso politico: Firenze è ormai travolta da gente nuova e guadagni rapidi. Il fragore dell'acqua annuncia la prossima discesa, e il gesto della corda apre un'attesa: qualcosa salirà dal fondo, e il lettore lo vedrà apparire prima del pellegrino.
Testo originaleInferno · Canto XVI
Parafrasi

Già era in loco onde s’udia ’l rimbombo

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de l’acqua che cadea ne l’altro giro,

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simile a quel che l’arnie fanno rombo,

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quando tre ombre insieme si partiro,

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correndo, d’una torma che passava

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sotto la pioggia de l’aspro martiro.

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Venian ver’ noi, e ciascuna gridava:

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«Sòstati tu ch’a l’abito ne sembri

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esser alcun di nostra terra prava».

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Ahimè, che piaghe vidi ne’ lor membri,

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ricenti e vecchie, da le fiamme incese!

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Ancor men duol pur ch’i’ me ne rimembri.

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A le lor grida il mio dottor s’attese;

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volse ’l viso ver’ me, e «Or aspetta»,

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disse, «a costor si vuole esser cortese.

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E se non fosse il foco che saetta

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la natura del loco, i’ dicerei

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che meglio stesse a te che a lor la fretta».

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Ricominciar, come noi restammo, ei

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l’antico verso; e quando a noi fuor giunti,

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fenno una rota di sé tutti e trei.

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Qual sogliono i campion far nudi e unti,

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avvisando lor presa e lor vantaggio,

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prima che sien tra lor battuti e punti,

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così rotando, ciascuno il visaggio

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drizzava a me, sì che ’n contraro il collo

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faceva ai piè continüo vïaggio.

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E «Se miseria d’esto loco sollo

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rende in dispetto noi e nostri prieghi»,

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cominciò l’uno, «e ’l tinto aspetto e brollo,

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la fama nostra il tuo animo pieghi

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a dirne chi tu se’, che i vivi piedi

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così sicuro per lo ’nferno freghi.

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Questi, l’orme di cui pestar mi vedi,

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tutto che nudo e dipelato vada,

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fu di grado maggior che tu non credi:

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nepote fu de la buona Gualdrada;

37

Guido Guerra ebbe nome, e in sua vita

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fece col senno assai e con la spada.

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L’altro, ch’appresso me la rena trita,

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è Tegghiaio Aldobrandi, la cui voce

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nel mondo sù dovria esser gradita.

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E io, che posto son con loro in croce,

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Iacopo Rusticucci fui, e certo

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la fiera moglie più ch’altro mi nuoce».

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S’i’ fossi stato dal foco coperto,

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gittato mi sarei tra lor di sotto,

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e credo che ’l dottor l’avria sofferto;

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ma perch’ io mi sarei brusciato e cotto,

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vinse paura la mia buona voglia

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che di loro abbracciar mi facea ghiotto.

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Poi cominciai: «Non dispetto, ma doglia

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la vostra condizion dentro mi fisse,

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tanta che tardi tutta si dispoglia,

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tosto che questo mio segnor mi disse

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parole per le quali i’ mi pensai

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che qual voi siete, tal gente venisse.

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Di vostra terra sono, e sempre mai

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l’ovra di voi e li onorati nomi

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con affezion ritrassi e ascoltai.

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Lascio lo fele e vo per dolci pomi

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promessi a me per lo verace duca;

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ma ’nfino al centro pria convien ch’i’ tomi».

63

«Se lungamente l’anima conduca

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le membra tue», rispuose quelli ancora,

65

«e se la fama tua dopo te luca,

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cortesia e valor dì se dimora

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ne la nostra città sì come suole,

68

o se del tutto se n’è gita fora;

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ché Guiglielmo Borsiere, il qual si duole

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con noi per poco e va là coi compagni,

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assai ne cruccia con le sue parole».

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«La gente nuova e i sùbiti guadagni

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orgoglio e dismisura han generata,

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Fiorenza, in te, sì che tu già ten piagni».

75

Così gridai con la faccia levata;

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e i tre, che ciò inteser per risposta,

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guardar l’un l’altro com’ al ver si guata.

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«Se l’altre volte sì poco ti costa»,

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rispuoser tutti, «il satisfare altrui,

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felice te se sì parli a tua posta!

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Però, se campi d’esti luoghi bui

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e torni a riveder le belle stelle,

83

quando ti gioverà dicere “I’ fui”,

84

fa che di noi a la gente favelle».

85

Indi rupper la rota, e a fuggirsi

86

ali sembiar le gambe loro isnelle.

87

Un amen non saria possuto dirsi

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tosto così com’ e’ fuoro spariti;

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per ch’al maestro parve di partirsi.

90

Io lo seguiva, e poco eravam iti,

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che ’l suon de l’acqua n’era sì vicino,

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che per parlar saremmo a pena uditi.

93

Come quel fiume c’ha proprio cammino

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prima dal Monte Viso ’nver’ levante,

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da la sinistra costa d’Apennino,

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che si chiama Acquacheta suso, avante

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che si divalli giù nel basso letto,

98

e a Forlì di quel nome è vacante,

99

rimbomba là sovra San Benedetto

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de l’Alpe per cadere ad una scesa

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ove dovea per mille esser recetto;

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così, giù d’una ripa discoscesa,

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trovammo risonar quell’ acqua tinta,

104

sì che ’n poc’ ora avria l’orecchia offesa.

105

Io avea una corda intorno cinta,

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e con essa pensai alcuna volta

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prender la lonza a la pelle dipinta.

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Poscia ch’io l’ebbi tutta da me sciolta,

109

sì come ’l duca m’avea comandato,

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porsila a lui aggroppata e ravvolta.

111

Ond’ ei si volse inver’ lo destro lato,

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e alquanto di lunge da la sponda

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la gittò giuso in quell’ alto burrato.

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‘E’ pur convien che novità risponda’,

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dicea fra me medesmo, ‘al novo cenno

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che ’l maestro con l’occhio sì seconda’.

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Ahi quanto cauti li uomini esser dienno

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presso a color che non veggion pur l’ovra,

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ma per entro i pensier miran col senno!

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El disse a me: «Tosto verrà di sovra

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ciò ch’io attendo e che il tuo pensier sogna;

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tosto convien ch’al tuo viso si scovra».

123

Sempre a quel ver c’ha faccia di menzogna

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de’ l’uom chiuder le labbra fin ch’el puote,

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però che sanza colpa fa vergogna;

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ma qui tacer nol posso; e per le note

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di questa comedìa, lettor, ti giuro,

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s’elle non sien di lunga grazia vòte,

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ch’i’ vidi per quell’ aere grosso e scuro

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venir notando una figura in suso,

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maravigliosa ad ogne cor sicuro,

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sì come torna colui che va giuso

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talora a solver l’àncora ch’aggrappa

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o scoglio o altro che nel mare è chiuso,

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che ’n sù si stende e da piè si rattrappa.

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