L'incontro con ser Brunetto Latino

Guida al canto

Dove siamo

Il viaggio prosegue sul margine del settimo cerchio, dove un ruscello coperto di fumo protegge dal fuoco. Gli argini ricordano le dighe di Fiamminghi e Padoani, costruite per difendersi dall'acqua. Qui camminano i violenti contro natura, e una schiera di anime avanza sul lato opposto. Il conflitto nasce subito: Dante riconosce un volto noto e deve rispondere a domande scomode, senza poter fermarsi.

Chi incontriamo

La figura centrale è ser Brunetto Latino, che Brunetto stesso indica come un maestro per Dante, ora dannato. Dante lo accosta con rispetto filiale, ma Brunetto resta un dannato che parla con autorità. Brunetto nomina poi Prisciano, Francesco d'Accorso e un fiorentino trasferito dal Papa ad Arno al Bacchiglione. Virgilio non spiega: si volta, guarda Dante e approva in silenzio chi sa intendere la lezione.

Cosa aspettarsi

L'incontro è un addio rapido, ma pesante. Brunetto profetizza che il fiorentino puro sarà osteggiato dal suo popolo, e Dante risponde con fermezza, affidandosi alla Fortuna. Resta aperta una domanda: come inciderà sulla missione futura l'insegnamento lasciato dal maestro? Il cammino continua, tra fiamme e incontri sempre più rapidi.
Testo originaleInferno · Canto XV
Parafrasi

Ora cen porta l’un de’ duri margini;

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e ’l fummo del ruscel di sopra aduggia,

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sì che dal foco salva l’acqua e li argini.

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Quali Fiamminghi tra Guizzante e Bruggia,

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temendo ’l fiotto che ’nver’ lor s’avventa,

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fanno lo schermo perché ’l mar si fuggia;

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e quali Padoan lungo la Brenta,

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per difender lor ville e lor castelli,

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anzi che Carentana il caldo senta:

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a tale imagine eran fatti quelli,

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tutto che né sì alti né sì grossi,

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qual che si fosse, lo maestro félli.

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Già eravam da la selva rimossi

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tanto, ch’i’ non avrei visto dov’ era,

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perch’ io in dietro rivolto mi fossi,

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quando incontrammo d’anime una schiera

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che venian lungo l’argine, e ciascuna

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ci riguardava come suol da sera

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guardare uno altro sotto nuova luna;

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e sì ver’ noi aguzzavan le ciglia

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come ’l vecchio sartor fa ne la cruna.

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Così adocchiato da cotal famiglia,

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fui conosciuto da un, che mi prese

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per lo lembo e gridò: «Qual maraviglia!».

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E io, quando ’l suo braccio a me distese,

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ficcaï li occhi per lo cotto aspetto,

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sì che ’l viso abbrusciato non difese

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la conoscenza süa al mio ’ntelletto;

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e chinando la mano a la sua faccia,

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rispuosi: «Siete voi qui, ser Brunetto?».

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E quelli: «O figliuol mio, non ti dispiaccia

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se Brunetto Latino un poco teco

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ritorna ’n dietro e lascia andar la traccia».

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I’ dissi lui: «Quanto posso, ven preco;

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e se volete che con voi m’asseggia,

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faròl, se piace a costui che vo seco».

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«O figliuol», disse, «qual di questa greggia

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s’arresta punto, giace poi cent’ anni

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sanz’ arrostarsi quando ’l foco il feggia.

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Però va oltre: i’ ti verrò a’ panni;

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e poi rigiugnerò la mia masnada,

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che va piangendo i suoi etterni danni».

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Io non osava scender de la strada

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per andar par di lui; ma ’l capo chino

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tenea com’ uom che reverente vada.

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El cominciò: «Qual fortuna o destino

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anzi l’ultimo dì qua giù ti mena?

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e chi è questi che mostra ’l cammino?».

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«Là sù di sopra, in la vita serena»,

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rispuos’ io lui, «mi smarri’ in una valle,

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avanti che l’età mia fosse piena.

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Pur ier mattina le volsi le spalle:

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questi m’apparve, tornand’ ïo in quella,

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e reducemi a ca per questo calle».

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Ed elli a me: «Se tu segui tua stella,

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non puoi fallire a glorïoso porto,

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se ben m’accorsi ne la vita bella;

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e s’io non fossi sì per tempo morto,

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veggendo il cielo a te così benigno,

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dato t’avrei a l’opera conforto.

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Ma quello ingrato popolo maligno

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che discese di Fiesole ab antico,

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e tiene ancor del monte e del macigno,

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ti si farà, per tuo ben far, nimico;

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ed è ragion, ché tra li lazzi sorbi

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si disconvien fruttare al dolce fico.

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Vecchia fama nel mondo li chiama orbi;

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gent’ è avara, invidiosa e superba:

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dai lor costumi fa che tu ti forbi.

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La tua fortuna tanto onor ti serba,

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che l’una parte e l’altra avranno fame

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di te; ma lungi fia dal becco l’erba.

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Faccian le bestie fiesolane strame

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di lor medesme, e non tocchin la pianta,

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s’alcuna surge ancora in lor letame,

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in cui riviva la sementa santa

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di que’ Roman che vi rimaser quando

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fu fatto il nido di malizia tanta».

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«Se fosse tutto pieno il mio dimando»,

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rispuos’ io lui, «voi non sareste ancora

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de l’umana natura posto in bando;

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ché ’n la mente m’è fitta, e or m’accora,

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la cara e buona imagine paterna

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di voi quando nel mondo ad ora ad ora

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m’insegnavate come l’uom s’etterna:

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e quant’ io l’abbia in grado, mentr’ io vivo

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convien che ne la mia lingua si scerna.

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Ciò che narrate di mio corso scrivo,

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e serbolo a chiosar con altro testo

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a donna che saprà, s’a lei arrivo.

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Tanto vogl’ io che vi sia manifesto,

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pur che mia coscïenza non mi garra,

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ch’a la Fortuna, come vuol, son presto.

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Non è nuova a li orecchi miei tal arra:

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però giri Fortuna la sua rota

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come le piace, e ’l villan la sua marra».

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Lo mio maestro allora in su la gota

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destra si volse in dietro e riguardommi;

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poi disse: «Bene ascolta chi la nota».

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Né per tanto di men parlando vommi

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con ser Brunetto, e dimando chi sono

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li suoi compagni più noti e più sommi.

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Ed elli a me: «Saper d’alcuno è buono;

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de li altri fia laudabile tacerci,

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ché ’l tempo saria corto a tanto suono.

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In somma sappi che tutti fur cherci

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e litterati grandi e di gran fama,

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d’un peccato medesmo al mondo lerci.

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Priscian sen va con quella turba grama,

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e Francesco d’Accorso anche; e vedervi,

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s’avessi avuto di tal tigna brama,

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colui potei che dal servo de’ servi

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fu trasmutato d’Arno in Bacchiglione,

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dove lasciò li mal protesi nervi.

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Di più direi; ma ’l venire e ’l sermone

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più lungo esser non può, però ch’i’ veggio

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là surger nuovo fummo del sabbione.

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Gente vien con la quale esser non deggio.

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Sieti raccomandato il mio Tesoro,

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nel qual io vivo ancora, e più non cheggio».

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Poi si rivolse, e parve di coloro

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che corrono a Verona il drappo verde

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per la campagna; e parve di costoro

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quelli che vince, non colui che perde.

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