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Рай, Песнь XXII

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Святой Бенедикт и упадок монастырей

Путеводитель по песне

Где мы находимся

Данте всё ещё в седьмом небе, под знаком Близнецов, после встречи с Петром Дамиани. Ошеломлённый криком душ, вращающихся вокруг лестницы, пилигрим обернулся к своей наставнице, как испуганный ребёнок ищет мать. Беатриче утешает его и приглашает взглянуть на другие огни. Песнь завершится его стремительным восхождением по лестнице и общим взглядом на вселенную.

Кого мы встречаем

Вперёд выступает самый яркий огонь хора: это святой Бенедикт, который рассказывает, как на горе Кассино первым принёс имя Христа и обратил население. Вокруг него вращаются другие огни созерцателей, среди которых Макарий и Ромуальд. Бенедикт говорит как законодатель своего ордена и как голос, обвиняющий в упадке монастыри, ныне превращённые в пещеры, полные алчности.

Чего ожидать

После диалога с Бенедиктом путешествие ускоряется: Беатриче одним знаком увлекает Данте вверх по лестнице, быстрее любого земного движения. Его ждёт общий взгляд на семь планет и на землю перед последней сферой. Это переход, подготавливающий высшее видение, с обещанием, что желание увидеть душу открытой осуществится лишь в раю.

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Рай · Песнь XXII
Парафраз

Oppresso di stupore, a la mia guida

1

mi volsi, come parvol che ricorre

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sempre colà dove più si confida;

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e quella, come madre che soccorre

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sùbito al figlio palido e anelo

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con la sua voce, che ’l suol ben disporre,

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mi disse: «Non sai tu che tu se’ in cielo?

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e non sai tu che ’l cielo è tutto santo,

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e ciò che ci si fa vien da buon zelo?

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Come t’avrebbe trasmutato il canto,

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e io ridendo, mo pensar lo puoi,

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poscia che ’l grido t’ha mosso cotanto;

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nel qual, se ’nteso avessi i prieghi suoi,

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già ti sarebbe nota la vendetta

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che tu vedrai innanzi che tu muoi.

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La spada di qua sù non taglia in fretta

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né tardo, ma’ ch’al parer di colui

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che disïando o temendo l’aspetta.

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Ma rivolgiti omai inverso altrui;

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ch’assai illustri spiriti vedrai,

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se com’ io dico l’aspetto redui».

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Come a lei piacque, li occhi ritornai,

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e vidi cento sperule che ’nsieme

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più s’abbellivan con mutüi rai.

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Io stava come quei che ’n sé repreme

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la punta del disio, e non s’attenta

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di domandar, sì del troppo si teme;

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e la maggiore e la più luculenta

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di quelle margherite innanzi fessi,

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per far di sé la mia voglia contenta.

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Poi dentro a lei udi’: «Se tu vedessi

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com’ io la carità che tra noi arde,

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li tuoi concetti sarebbero espressi.

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Ma perché tu, aspettando, non tarde

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a l’alto fine, io ti farò risposta

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pur al pensier, da che sì ti riguarde.

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Quel monte a cui Cassino è ne la costa

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fu frequentato già in su la cima

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da la gente ingannata e mal disposta;

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e quel son io che sù vi portai prima

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lo nome di colui che ’n terra addusse

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la verità che tanto ci soblima;

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e tanta grazia sopra me relusse,

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ch’io ritrassi le ville circunstanti

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da l’empio cólto che ’l mondo sedusse.

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Questi altri fuochi tutti contemplanti

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uomini fuoro, accesi di quel caldo

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che fa nascere i fiori e ’ frutti santi.

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Qui è Maccario, qui è Romoaldo,

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qui son li frati miei che dentro ai chiostri

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fermar li piedi e tennero il cor saldo».

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E io a lui: «L’affetto che dimostri

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meco parlando, e la buona sembianza

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ch’io veggio e noto in tutti li ardor vostri,

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così m’ha dilatata mia fidanza,

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come ’l sol fa la rosa quando aperta

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tanto divien quant’ ell’ ha di possanza.

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Però ti priego, e tu, padre, m’accerta

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s’io posso prender tanta grazia, ch’io

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ti veggia con imagine scoverta».

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Ond’ elli: «Frate, il tuo alto disio

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s’adempierà in su l’ultima spera,

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ove s’adempion tutti li altri e ’l mio.

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Ivi è perfetta, matura e intera

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ciascuna disïanza; in quella sola

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è ogne parte là ove sempr’ era,

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perché non è in loco e non s’impola;

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e nostra scala infino ad essa varca,

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onde così dal viso ti s’invola.

69

Infin là sù la vide il patriarca

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Iacobbe porger la superna parte,

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quando li apparve d’angeli sì carca.

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Ma, per salirla, mo nessun diparte

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da terra i piedi, e la regola mia

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rimasa è per danno de le carte.

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Le mura che solieno esser badia

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fatte sono spelonche, e le cocolle

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sacca son piene di farina ria.

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Ma grave usura tanto non si tolle

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contra ’l piacer di Dio, quanto quel frutto

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che fa il cor de’ monaci sì folle;

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ché quantunque la Chiesa guarda, tutto

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è de la gente che per Dio dimanda;

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non di parenti né d’altro più brutto.

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La carne d’i mortali è tanto blanda,

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che giù non basta buon cominciamento

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dal nascer de la quercia al far la ghianda.

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Pier cominciò sanz’ oro e sanz’ argento,

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e io con orazione e con digiuno,

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e Francesco umilmente il suo convento;

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e se guardi ’l principio di ciascuno,

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poscia riguardi là dov’ è trascorso,

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tu vederai del bianco fatto bruno.

93

Veramente Iordan vòlto retrorso

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più fu, e ’l mar fuggir, quando Dio volse,

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mirabile a veder che qui ’l soccorso».

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Così mi disse, e indi si raccolse

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al suo collegio, e ’l collegio si strinse;

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poi, come turbo, in sù tutto s’avvolse.

99

La dolce donna dietro a lor mi pinse

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con un sol cenno su per quella scala,

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sì sua virtù la mia natura vinse;

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né mai qua giù dove si monta e cala

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naturalmente, fu sì ratto moto

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ch’agguagliar si potesse a la mia ala.

105

S’io torni mai, lettore, a quel divoto

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trïunfo per lo quale io piango spesso

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le mie peccata e ’l petto mi percuoto,

108

tu non avresti in tanto tratto e messo

109

nel foco il dito, in quant’ io vidi ’l segno

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che segue il Tauro e fui dentro da esso.

111

O glorïose stelle, o lume pregno

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di gran virtù, dal quale io riconosco

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tutto, qual che si sia, il mio ingegno,

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con voi nasceva e s’ascondeva vosco

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quelli ch’è padre d’ogne mortal vita,

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quand’ io senti’ di prima l’aere tosco;

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e poi, quando mi fu grazia largita

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d’entrar ne l’alta rota che vi gira,

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la vostra regïon mi fu sortita.

120

A voi divotamente ora sospira

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l’anima mia, per acquistar virtute

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al passo forte che a sé la tira.

123

«Tu se’ sì presso a l’ultima salute»,

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cominciò Bëatrice, «che tu dei

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aver le luci tue chiare e acute;

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e però, prima che tu più t’inlei,

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rimira in giù, e vedi quanto mondo

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sotto li piedi già esser ti fei;

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sì che ’l tuo cor, quantunque può, giocondo

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s’appresenti a la turba trïunfante

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che lieta vien per questo etera tondo».

132

Col viso ritornai per tutte quante

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le sette spere, e vidi questo globo

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tal, ch’io sorrisi del suo vil sembiante;

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e quel consiglio per migliore approbo

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che l’ha per meno; e chi ad altro pensa

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chiamar si puote veramente probo.

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Vidi la figlia di Latona incensa

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sanza quell’ ombra che mi fu cagione

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per che già la credetti rara e densa.

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L’aspetto del tuo nato, Iperïone,

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quivi sostenni, e vidi com’ si move

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circa e vicino a lui Maia e Dïone.

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Quindi m’apparve il temperar di Giove

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tra ’l padre e ’l figlio; e quindi mi fu chiaro

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il varïar che fanno di lor dove;

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e tutti e sette mi si dimostraro

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quanto son grandi e quanto son veloci

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e come sono in distante riparo.

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L’aiuola che ci fa tanto feroci,

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volgendom’ io con li etterni Gemelli,

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tutta m’apparve da’ colli a le foci;

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poscia rivolsi li occhi a li occhi belli.

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