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La lezione di Stazio e il fuoco dei lussuriosi

Guida al canto

Dove siamo

Il gruppo risale la scala che porta fuori dal sesto girone e si incammina sul tratto finale della cornice, con il sole ormai oltre il mezzogiorno. Il passaggio è stretto: da un lato la parete rocciosa, dall'altro il vuoto. I tre viaggiatori procedono uno dietro l'altro, e Dante vorrebbe parlare ma esita, finché Virgilio non lo autorizza a fare la domanda che ha in mente.

Chi incontriamo

Stazio, poeta, prende la parola su invito di Virgilio e spiega come si formi il corpo umano e come, dopo la morte, l'anima plasmi attorno a sé l'ombra che appare nel Purgatorio. Virgilio interviene solo per cedere il ruolo di maestro a Stazio. Dante si mostra curioso e attento, pronto a seguire il ragionamento passo dopo passo.

Cosa aspettarsi

Alla spiegazione fa seguito l'ingresso nella settima cornice, dove una fiamma scorre lungo il bordo della roccia e un vento rovente la tiene staccata dalla parete. Si cammina in fila, con il fuoco da un lato e il precipizio dall'altro, ascoltando voci che intonano inni e gridano esempi di castità. Resta aperta la sfida di attraversare quel tratto senza fermarsi.
Testo originalePurgatorio · Canto XXV
Parafrasi

Ora era onde ’l salir non volea storpio;

1

ché ’l sole avëa il cerchio di merigge

2

lasciato al Tauro e la notte a lo Scorpio:

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per che, come fa l’uom che non s’affigge

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ma vassi a la via sua, che che li appaia,

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se di bisogno stimolo il trafigge,

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così intrammo noi per la callaia,

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uno innanzi altro prendendo la scala

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che per artezza i salitor dispaia.

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E quale il cicognin che leva l’ala

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per voglia di volare, e non s’attenta

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d’abbandonar lo nido, e giù la cala;

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tal era io con voglia accesa e spenta

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di dimandar, venendo infino a l’atto

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che fa colui ch’a dicer s’argomenta.

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Non lasciò, per l’andar che fosse ratto,

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lo dolce padre mio, ma disse: «Scocca

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l’arco del dir, che ’nfino al ferro hai tratto».

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Allor sicuramente apri’ la bocca

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e cominciai: «Come si può far magro

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là dove l’uopo di nodrir non tocca?».

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«Se t’ammentassi come Meleagro

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si consumò al consumar d’un stizzo,

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non fora», disse, «a te questo sì agro;

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e se pensassi come, al vostro guizzo,

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guizza dentro a lo specchio vostra image,

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ciò che par duro ti parrebbe vizzo.

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Ma perché dentro a tuo voler t’adage,

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ecco qui Stazio; e io lui chiamo e prego

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che sia or sanator de le tue piage».

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«Se la veduta etterna li dislego»,

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rispuose Stazio, «là dove tu sie,

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discolpi me non potert’ io far nego».

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Poi cominciò: «Se le parole mie,

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figlio, la mente tua guarda e riceve,

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lume ti fiero al come che tu die.

36

Sangue perfetto, che poi non si beve

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da l’assetate vene, e si rimane

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quasi alimento che di mensa leve,

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prende nel core a tutte membra umane

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virtute informativa, come quello

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ch’a farsi quelle per le vene vane.

42

Ancor digesto, scende ov’ è più bello

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tacer che dire; e quindi poscia geme

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sovr’ altrui sangue in natural vasello.

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Ivi s’accoglie l’uno e l’altro insieme,

46

l’un disposto a patire, e l’altro a fare

47

per lo perfetto loco onde si preme;

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e, giunto lui, comincia ad operare

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coagulando prima, e poi avviva

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ciò che per sua matera fé constare.

51

Anima fatta la virtute attiva

52

qual d’una pianta, in tanto differente,

53

che questa è in via e quella è già a riva,

54

tanto ovra poi, che già si move e sente,

55

come spungo marino; e indi imprende

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ad organar le posse ond’ è semente.

57

Or si spiega, figliuolo, or si distende

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la virtù ch’è dal cor del generante,

59

dove natura a tutte membra intende.

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Ma come d’animal divegna fante,

61

non vedi tu ancor: quest’ è tal punto,

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che più savio di te fé già errante,

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sì che per sua dottrina fé disgiunto

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da l’anima il possibile intelletto,

65

perché da lui non vide organo assunto.

66

Apri a la verità che viene il petto;

67

e sappi che, sì tosto come al feto

68

l’articular del cerebro è perfetto,

69

lo motor primo a lui si volge lieto

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sovra tant’ arte di natura, e spira

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spirito novo, di vertù repleto,

72

che ciò che trova attivo quivi, tira

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in sua sustanzia, e fassi un’alma sola,

74

che vive e sente e sé in sé rigira.

75

E perché meno ammiri la parola,

76

guarda il calor del sole che si fa vino,

77

giunto a l’omor che de la vite cola.

78

Quando Làchesis non ha più del lino,

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solvesi da la carne, e in virtute

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ne porta seco e l’umano e ’l divino:

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l’altre potenze tutte quante mute;

82

memoria, intelligenza e volontade

83

in atto molto più che prima agute.

84

Sanza restarsi, per sé stessa cade

85

mirabilmente a l’una de le rive;

86

quivi conosce prima le sue strade.

87

Tosto che loco lì la circunscrive,

88

la virtù formativa raggia intorno

89

così e quanto ne le membra vive.

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E come l’aere, quand’ è ben pïorno,

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per l’altrui raggio che ’n sé si reflette,

92

di diversi color diventa addorno;

93

così l’aere vicin quivi si mette

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e in quella forma ch’è in lui suggella

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virtüalmente l’alma che ristette;

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e simigliante poi a la fiammella

97

che segue il foco là ’vunque si muta,

98

segue lo spirto sua forma novella.

99

Però che quindi ha poscia sua paruta,

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è chiamata ombra; e quindi organa poi

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ciascun sentire infino a la veduta.

102

Quindi parliamo e quindi ridiam noi;

103

quindi facciam le lagrime e ’ sospiri

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che per lo monte aver sentiti puoi.

105

Secondo che ci affliggono i disiri

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e li altri affetti, l’ombra si figura;

107

e quest’ è la cagion di che tu miri».

108

E già venuto a l’ultima tortura

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s’era per noi, e vòlto a la man destra,

110

ed eravamo attenti ad altra cura.

111

Quivi la ripa fiamma in fuor balestra,

112

e la cornice spira fiato in suso

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che la reflette e via da lei sequestra;

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ond’ ir ne convenia dal lato schiuso

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ad uno ad uno; e io temëa ’l foco

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quinci, e quindi temeva cader giuso.

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Lo duca mio dicea: «Per questo loco

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si vuol tenere a li occhi stretto il freno,

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però ch’errar potrebbesi per poco».

120

‘Summae Deus clementïae’ nel seno

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al grande ardore allora udi’ cantando,

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che di volger mi fé caler non meno;

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e vidi spirti per la fiamma andando;

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per ch’io guardava a loro e a’ miei passi

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compartendo la vista a quando a quando.

126

Appresso il fine ch’a quell’ inno fassi,

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gridavano alto: ‘Virum non cognosco’;

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indi ricominciavan l’inno bassi.

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Finitolo, anco gridavano: «Al bosco

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si tenne Diana, ed Elice caccionne

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che di Venere avea sentito il tòsco».

132

Indi al cantar tornavano; indi donne

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gridavano e mariti che fuor casti

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come virtute e matrimonio imponne.

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E questo modo credo che lor basti

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per tutto il tempo che ’l foco li abbruscia:

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con tal cura conviene e con tai pasti

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che la piaga da sezzo si ricuscia.

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