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Giustiniano, l'aquila e Romeo

Guida al canto

Dove siamo

Dante è nella sfera di Mercurio, dove brillano gli spiriti che in vita agirono per onore e fama. L'incontro si apre con l'imperatore Giustiniano, che risponde a una domanda rimasta sospesa dal canto precedente. Il nodo iniziale è politico: qual è la legittima successione dell'aquila imperiale, e chi la tradisce per interesse di parte.

Chi incontriamo

Giustiniano è la voce assoluta del canto: legislatore e teologo, ricorda di aver creduto che in Cristo vi fosse una sola natura finché il papa Agapito non lo corresse. Con sé evoca il generale Belisario, la cui mano destra fu guidata dal cielo. Entra in scena poi Romeo di Villanova, umile pellegrino, ricompensato dai Provenzali con l'esilio. Virgilio non parla: ascolta e lascia spazio alla lezione dell'imperatore.

Cosa aspettarsi

Dopo il racconto dell'aquila resta aperto il nodo politico del presente: l'invettiva contro i Guelfi e l'avvertimento a Carlo II d'Angiò. La lode del cielo, spesso letta come segno che la giustizia divina corregge l'invidia umana, accompagna la figura di Romeo, esempio di rettitudine senza ricompensa. Dante esce dal canto con una domanda sospesa: chi sia l'anima che lo ha chiamato per nome.
Testo originaleParadiso · Canto VI
Parafrasi

«Poscia che Costantin l’aquila volse

1

contr’ al corso del ciel, ch’ella seguio

2

dietro a l’antico che Lavina tolse,

3

cento e cent’ anni e più l’uccel di Dio

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ne lo stremo d’Europa si ritenne,

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vicino a’ monti de’ quai prima uscìo;

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e sotto l’ombra de le sacre penne

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governò ’l mondo lì di mano in mano,

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e, sì cangiando, in su la mia pervenne.

9

Cesare fui e son Iustinïano,

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che, per voler del primo amor ch’i’ sento,

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d’entro le leggi trassi il troppo e ’l vano.

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E prima ch’io a l’ovra fossi attento,

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una natura in Cristo esser, non piùe,

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credea, e di tal fede era contento;

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ma ’l benedetto Agapito, che fue

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sommo pastore, a la fede sincera

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mi dirizzò con le parole sue.

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Io li credetti; e ciò che ’n sua fede era,

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vegg’ io or chiaro sì, come tu vedi

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ogni contradizione e falsa e vera.

21

Tosto che con la Chiesa mossi i piedi,

22

a Dio per grazia piacque di spirarmi

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l’alto lavoro, e tutto ’n lui mi diedi;

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e al mio Belisar commendai l’armi,

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cui la destra del ciel fu sì congiunta,

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che segno fu ch’i’ dovessi posarmi.

27

Or qui a la question prima s’appunta

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la mia risposta; ma sua condizione

29

mi stringe a seguitare alcuna giunta,

30

perché tu veggi con quanta ragione

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si move contr’ al sacrosanto segno

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e chi ’l s’appropria e chi a lui s’oppone.

33

Vedi quanta virtù l’ha fatto degno

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di reverenza; e cominciò da l’ora

35

che Pallante morì per darli regno.

36

Tu sai ch’el fece in Alba sua dimora

37

per trecento anni e oltre, infino al fine

38

che i tre a’ tre pugnar per lui ancora.

39

E sai ch’el fé dal mal de le Sabine

40

al dolor di Lucrezia in sette regi,

41

vincendo intorno le genti vicine.

42

Sai quel ch’el fé portato da li egregi

43

Romani incontro a Brenno, incontro a Pirro,

44

incontro a li altri principi e collegi;

45

onde Torquato e Quinzio, che dal cirro

46

negletto fu nomato, i Deci e ’ Fabi

47

ebber la fama che volontier mirro.

48

Esso atterrò l’orgoglio de li Aràbi

49

che di retro ad Anibale passaro

50

l’alpestre rocce, Po, di che tu labi.

51

Sott’ esso giovanetti trïunfaro

52

Scipïone e Pompeo; e a quel colle

53

sotto ’l qual tu nascesti parve amaro.

54

Poi, presso al tempo che tutto ’l ciel volle

55

redur lo mondo a suo modo sereno,

56

Cesare per voler di Roma il tolle.

57

E quel che fé da Varo infino a Reno,

58

Isara vide ed Era e vide Senna

59

e ogne valle onde Rodano è pieno.

60

Quel che fé poi ch’elli uscì di Ravenna

61

e saltò Rubicon, fu di tal volo,

62

che nol seguiteria lingua né penna.

63

Inver’ la Spagna rivolse lo stuolo,

64

poi ver’ Durazzo, e Farsalia percosse

65

sì ch’al Nil caldo si sentì del duolo.

66

Antandro e Simeonta, onde si mosse,

67

rivide e là dov’ Ettore si cuba;

68

e mal per Tolomeo poscia si scosse.

69

Da indi scese folgorando a Iuba;

70

onde si volse nel vostro occidente,

71

ove sentia la pompeana tuba.

72

Di quel che fé col baiulo seguente,

73

Bruto con Cassio ne l’inferno latra,

74

e Modena e Perugia fu dolente.

75

Piangene ancor la trista Cleopatra,

76

che, fuggendoli innanzi, dal colubro

77

la morte prese subitana e atra.

78

Con costui corse infino al lito rubro;

79

con costui puose il mondo in tanta pace,

80

che fu serrato a Giano il suo delubro.

81

Ma ciò che ’l segno che parlar mi face

82

fatto avea prima e poi era fatturo

83

per lo regno mortal ch’a lui soggiace,

84

diventa in apparenza poco e scuro,

85

se in mano al terzo Cesare si mira

86

con occhio chiaro e con affetto puro;

87

ché la viva giustizia che mi spira,

88

li concedette, in mano a quel ch’i’ dico,

89

gloria di far vendetta a la sua ira.

90

Or qui t’ammira in ciò ch’io ti replìco:

91

poscia con Tito a far vendetta corse

92

de la vendetta del peccato antico.

93

E quando il dente longobardo morse

94

la Santa Chiesa, sotto le sue ali

95

Carlo Magno, vincendo, la soccorse.

96

Omai puoi giudicar di quei cotali

97

ch’io accusai di sopra e di lor falli,

98

che son cagion di tutti vostri mali.

99

L’uno al pubblico segno i gigli gialli

100

oppone, e l’altro appropria quello a parte,

101

sì ch’è forte a veder chi più si falli.

102

Faccian li Ghibellin, faccian lor arte

103

sott’ altro segno, ché mal segue quello

104

sempre chi la giustizia e lui diparte;

105

e non l’abbatta esto Carlo novello

106

coi Guelfi suoi, ma tema de li artigli

107

ch’a più alto leon trasser lo vello.

108

Molte fïate già pianser li figli

109

per la colpa del padre, e non si creda

110

che Dio trasmuti l’armi per suoi gigli!

111

Questa picciola stella si correda

112

d’i buoni spirti che son stati attivi

113

perché onore e fama li succeda:

114

e quando li disiri poggian quivi,

115

sì disvïando, pur convien che i raggi

116

del vero amore in sù poggin men vivi.

117

Ma nel commensurar d’i nostri gaggi

118

col merto è parte di nostra letizia,

119

perché non li vedem minor né maggi.

120

Quindi addolcisce la viva giustizia

121

in noi l’affetto sì, che non si puote

122

torcer già mai ad alcuna nequizia.

123

Diverse voci fanno dolci note;

124

così diversi scanni in nostra vita

125

rendon dolce armonia tra queste rote.

126

E dentro a la presente margarita

127

luce la luce di Romeo, di cui

128

fu l’ovra grande e bella mal gradita.

129

Ma i Provenzai che fecer contra lui

130

non hanno riso; e però mal cammina

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qual si fa danno del ben fare altrui.

132

Quattro figlie ebbe, e ciascuna reina,

133

Ramondo Beringhiere, e ciò li fece

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Romeo, persona umìle e peregrina.

135

E poi il mosser le parole biece

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a dimandar ragione a questo giusto,

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che li assegnò sette e cinque per diece,

138

indi partissi povero e vetusto;

139

e se ’l mondo sapesse il cor ch’elli ebbe

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mendicando sua vita a frusto a frusto,

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assai lo loda, e più lo loderebbe».

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