← Canto XXVII

Paradiso, Canto XXVIII

Canto XXIX →

Il punto di luce e i nove cori angelici

Guida al canto

Dove siamo

Dante è salito con Beatrice oltre il Primo Mobile e si trova ora nel Cielo stellato, dove il cosmo sensibile cede il passo alla pura contemplazione angelica. Davanti a lui appare un unico punto di luce intensissima, attorno al quale nove cerchi di fuoco ruotano a velocità decrescente, dal più stretto al più largo. La visione somiglia a uno specchio acceso: il viaggiatore è sospeso, in attesa di capire che ordine regge quei giri.

Chi incontriamo

Beatrice, unica voce del canto: spiega perché i cerchi empirei sembrano invertiti rispetto al mondo sensibile, chiarendo che la grandezza delle sfere dipende dalla virtù, non dall'apparenza. Presenta poi le tre gerarchie angeliche, cita Dionigi che nominò e distinse i cori come lei, e ricorda che Gregorio Magno, aprendo gli occhi in questo cielo, rise di sé per averli diversamente ordinati.

Cosa aspettarsi

Dopo la spiegazione Beatrice consegna a Dante la chiave per intendere il rapporto tra cielo fisico e cielo angelico: la beatitudine nasce dal vedere, non dall'amare. Resta aperta la domanda su ciò che accade nel cerchio più esterno, dove la processione dei beati si prepara a entrare in scena nell'Empireo.
Testo originaleParadiso · Canto XXVIII
Parafrasi

Poscia che ’ncontro a la vita presente

1

d’i miseri mortali aperse ’l vero

2

quella che ’mparadisa la mia mente,

3

come in lo specchio fiamma di doppiero

4

vede colui che se n’alluma retro,

5

prima che l’abbia in vista o in pensiero,

6

e sé rivolge per veder se ’l vetro

7

li dice il vero, e vede ch’el s’accorda

8

con esso come nota con suo metro;

9

così la mia memoria si ricorda

10

ch’io feci riguardando ne’ belli occhi

11

onde a pigliarmi fece Amor la corda.

12

E com’ io mi rivolsi e furon tocchi

13

li miei da ciò che pare in quel volume,

14

quandunque nel suo giro ben s’adocchi,

15

un punto vidi che raggiava lume

16

acuto sì, che ’l viso ch’elli affoca

17

chiuder conviensi per lo forte acume;

18

e quale stella par quinci più poca,

19

parrebbe luna, locata con esso

20

come stella con stella si collòca.

21

Forse cotanto quanto pare appresso

22

alo cigner la luce che ’l dipigne

23

quando ’l vapor che ’l porta più è spesso,

24

distante intorno al punto un cerchio d’igne

25

si girava sì ratto, ch’avria vinto

26

quel moto che più tosto il mondo cigne;

27

e questo era d’un altro circumcinto,

28

e quel dal terzo, e ’l terzo poi dal quarto,

29

dal quinto il quarto, e poi dal sesto il quinto.

30

Sopra seguiva il settimo sì sparto

31

già di larghezza, che ’l messo di Iuno

32

intero a contenerlo sarebbe arto.

33

Così l’ottavo e ’l nono; e chiascheduno

34

più tardo si movea, secondo ch’era

35

in numero distante più da l’uno;

36

e quello avea la fiamma più sincera

37

cui men distava la favilla pura,

38

credo, però che più di lei s’invera.

39

La donna mia, che mi vedëa in cura

40

forte sospeso, disse: «Da quel punto

41

depende il cielo e tutta la natura.

42

Mira quel cerchio che più li è congiunto;

43

e sappi che ’l suo muovere è sì tosto

44

per l’affocato amore ond’ elli è punto».

45

E io a lei: «Se ’l mondo fosse posto

46

con l’ordine ch’io veggio in quelle rote,

47

sazio m’avrebbe ciò che m’è proposto;

48

ma nel mondo sensibile si puote

49

veder le volte tanto più divine,

50

quant’ elle son dal centro più remote.

51

Onde, se ’l mio disir dee aver fine

52

in questo miro e angelico templo

53

che solo amore e luce ha per confine,

54

udir convienmi ancor come l’essemplo

55

e l’essemplare non vanno d’un modo,

56

ché io per me indarno a ciò contemplo».

57

«Se li tuoi diti non sono a tal nodo

58

sufficïenti, non è maraviglia:

59

tanto, per non tentare, è fatto sodo!».

60

Così la donna mia; poi disse: «Piglia

61

quel ch’io ti dicerò, se vuo’ saziarti;

62

e intorno da esso t’assottiglia.

63

Li cerchi corporai sono ampi e arti

64

secondo il più e ’l men de la virtute

65

che si distende per tutte lor parti.

66

Maggior bontà vuol far maggior salute;

67

maggior salute maggior corpo cape,

68

s’elli ha le parti igualmente compiute.

69

Dunque costui che tutto quanto rape

70

l’altro universo seco, corrisponde

71

al cerchio che più ama e che più sape:

72

per che, se tu a la virtù circonde

73

la tua misura, non a la parvenza

74

de le sustanze che t’appaion tonde,

75

tu vederai mirabil consequenza

76

di maggio a più e di minore a meno,

77

in ciascun cielo, a süa intelligenza».

78

Come rimane splendido e sereno

79

l’emisperio de l’aere, quando soffia

80

Borea da quella guancia ond’ è più leno,

81

per che si purga e risolve la roffia

82

che pria turbava, sì che ’l ciel ne ride

83

con le bellezze d’ogne sua paroffia;

84

così fec’ïo, poi che mi provide

85

la donna mia del suo risponder chiaro,

86

e come stella in cielo il ver si vide.

87

E poi che le parole sue restaro,

88

non altrimenti ferro disfavilla

89

che bolle, come i cerchi sfavillaro.

90

L’incendio suo seguiva ogne scintilla;

91

ed eran tante, che ’l numero loro

92

più che ’l doppiar de li scacchi s’inmilla.

93

Io sentiva osannar di coro in coro

94

al punto fisso che li tiene a li ubi,

95

e terrà sempre, ne’ quai sempre fuoro.

96

E quella che vedëa i pensier dubi

97

ne la mia mente, disse: «I cerchi primi

98

t’hanno mostrato Serafi e Cherubi.

99

Così veloci seguono i suoi vimi,

100

per somigliarsi al punto quanto ponno;

101

e posson quanto a veder son soblimi.

102

Quelli altri amori che ’ntorno li vonno,

103

si chiaman Troni del divino aspetto,

104

per che ’l primo ternaro terminonno;

105

e dei saper che tutti hanno diletto

106

quanto la sua veduta si profonda

107

nel vero in che si queta ogne intelletto.

108

Quinci si può veder come si fonda

109

l’esser beato ne l’atto che vede,

110

non in quel ch’ama, che poscia seconda;

111

e del vedere è misura mercede,

112

che grazia partorisce e buona voglia:

113

così di grado in grado si procede.

114

L’altro ternaro, che così germoglia

115

in questa primavera sempiterna

116

che notturno Arïete non dispoglia,

117

perpetüalemente ‘Osanna’ sberna

118

con tre melode, che suonano in tree

119

ordini di letizia onde s’interna.

120

In essa gerarcia son l’altre dee:

121

prima Dominazioni, e poi Virtudi;

122

l’ordine terzo di Podestadi èe.

123

Poscia ne’ due penultimi tripudi

124

Principati e Arcangeli si girano;

125

l’ultimo è tutto d’Angelici ludi.

126

Questi ordini di sù tutti s’ammirano,

127

e di giù vincon sì, che verso Dio

128

tutti tirati sono e tutti tirano.

129

E Dïonisio con tanto disio

130

a contemplar questi ordini si mise,

131

che li nomò e distinse com’ io.

132

Ma Gregorio da lui poi si divise;

133

onde, sì tosto come li occhi aperse

134

in questo ciel, di sé medesmo rise.

135

E se tanto secreto ver proferse

136

mortale in terra, non voglio ch’ammiri:

137

ché chi ’l vide qua sù gliel discoperse

138

con altro assai del ver di questi giri».

139