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La carità, Adamo e il linguaggio umano

Guida al canto

Dove siamo

Dante è ancora nell'ottavo cielo, il Primo Mobile, dove la corona dei beati ruota attorno a un punto di luce intensissima. Il luogo non cambia, ma una fiamma più splendente delle altre prende la parola per il terzo interrogatorio, quello sulla carità. La vista di Dante, consumata dalla luce di San Giovanni, deve essere ristorata da Beatrice.

Chi incontriamo

San Giovanni chiede a Dante che cosa lo attiri verso Dio oltre la ragione e l'autorità. Dopo le risposte di Dante, lo stesso San Giovanni sollecita un secondo grado d'amore. Beatrice indica poi un quarto lume, l'anima prima che vagheggia il suo fattore: è Adamo, che racconta la propria vicenda, dal giardino terrestre alla lingua da lui parlata, ormai estinta.

Cosa aspettarsi

Alla fine del dialogo con Adamo il canto si chiude in sospeso: Beatrice indica i fiumi di luce del Primo Mobile, Fede, Speranza e Carità, e ammonisce Dante, preparandolo a guardare il volto di lei e, oltre quello, la vista finale di Dio. La guida del lettore attende quindi il passaggio dal colloquio alla contemplazione.
Testo originaleParadiso · Canto XXVI
Parafrasi

Mentr’ io dubbiava per lo viso spento,

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de la fulgida fiamma che lo spense

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uscì un spiro che mi fece attento,

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dicendo: «Intanto che tu ti risense

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de la vista che haï in me consunta,

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ben è che ragionando la compense.

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Comincia dunque; e dì ove s’appunta

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l’anima tua, e fa ragion che sia

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la vista in te smarrita e non defunta:

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perché la donna che per questa dia

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regïon ti conduce, ha ne lo sguardo

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la virtù ch’ebbe la man d’Anania».

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Io dissi: «Al suo piacere e tosto e tardo

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vegna remedio a li occhi, che fuor porte

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quand’ ella entrò col foco ond’ io sempr’ ardo.

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Lo ben che fa contenta questa corte,

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Alfa e O è di quanta scrittura

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mi legge Amore o lievemente o forte».

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Quella medesma voce che paura

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tolta m’avea del sùbito abbarbaglio,

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di ragionare ancor mi mise in cura;

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e disse: «Certo a più angusto vaglio

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ti conviene schiarar: dicer convienti

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chi drizzò l’arco tuo a tal berzaglio».

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E io: «Per filosofici argomenti

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e per autorità che quinci scende

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cotale amor convien che in me si ’mprenti:

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ché ’l bene, in quanto ben, come s’intende,

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così accende amore, e tanto maggio

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quanto più di bontate in sé comprende.

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Dunque a l’essenza ov’ è tanto avvantaggio,

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che ciascun ben che fuor di lei si trova

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altro non è ch’un lume di suo raggio,

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più che in altra convien che si mova

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la mente, amando, di ciascun che cerne

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il vero in che si fonda questa prova.

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Tal vero a l’intelletto mïo sterne

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colui che mi dimostra il primo amore

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di tutte le sustanze sempiterne.

39

Sternel la voce del verace autore,

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che dice a Moïsè, di sé parlando:

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‘Io ti farò vedere ogne valore’.

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Sternilmi tu ancora, incominciando

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l’alto preconio che grida l’arcano

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di qui là giù sovra ogne altro bando».

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E io udi’: «Per intelletto umano

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e per autoritadi a lui concorde

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d’i tuoi amori a Dio guarda il sovrano.

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Ma dì ancor se tu senti altre corde

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tirarti verso lui, sì che tu suone

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con quanti denti questo amor ti morde».

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Non fu latente la santa intenzione

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de l’aguglia di Cristo, anzi m’accorsi

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dove volea menar mia professione.

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Però ricominciai: «Tutti quei morsi

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che posson far lo cor volgere a Dio,

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a la mia caritate son concorsi:

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ché l’essere del mondo e l’esser mio,

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la morte ch’el sostenne perch’ io viva,

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e quel che spera ogne fedel com’ io,

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con la predetta conoscenza viva,

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tratto m’hanno del mar de l’amor torto,

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e del diritto m’han posto a la riva.

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Le fronde onde s’infronda tutto l’orto

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de l’ortolano etterno, am’ io cotanto

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quanto da lui a lor di bene è porto».

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Sì com’ io tacqui, un dolcissimo canto

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risonò per lo cielo, e la mia donna

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dicea con li altri: «Santo, santo, santo!».

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E come a lume acuto si disonna

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per lo spirto visivo che ricorre

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a lo splendor che va di gonna in gonna,

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e lo svegliato ciò che vede aborre,

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sì nescïa è la sùbita vigilia

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fin che la stimativa non soccorre;

75

così de li occhi miei ogne quisquilia

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fugò Beatrice col raggio d’i suoi,

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che rifulgea da più di mille milia:

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onde mei che dinanzi vidi poi;

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e quasi stupefatto domandai

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d’un quarto lume ch’io vidi tra noi.

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E la mia donna: «Dentro da quei rai

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vagheggia il suo fattor l’anima prima

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che la prima virtù creasse mai».

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Come la fronda che flette la cima

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nel transito del vento, e poi si leva

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per la propria virtù che la soblima,

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fec’ io in tanto in quant’ ella diceva,

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stupendo, e poi mi rifece sicuro

89

un disio di parlare ond’ ïo ardeva.

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E cominciai: «O pomo che maturo

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solo prodotto fosti, o padre antico

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a cui ciascuna sposa è figlia e nuro,

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divoto quanto posso a te supplìco

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perché mi parli: tu vedi mia voglia,

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e per udirti tosto non la dico».

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Talvolta un animal coverto broglia,

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sì che l’affetto convien che si paia

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per lo seguir che face a lui la ’nvoglia;

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e similmente l’anima primaia

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mi facea trasparer per la coverta

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quant’ ella a compiacermi venìa gaia.

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Indi spirò: «Sanz’ essermi proferta

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da te, la voglia tua discerno meglio

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che tu qualunque cosa t’è più certa;

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perch’ io la veggio nel verace speglio

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che fa di sé pareglio a l’altre cose,

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e nulla face lui di sé pareglio.

108

Tu vuogli udir quant’ è che Dio mi puose

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ne l’eccelso giardino, ove costei

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a così lunga scala ti dispuose,

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e quanto fu diletto a li occhi miei,

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e la propria cagion del gran disdegno,

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e l’idïoma ch’usai e che fei.

114

Or, figluol mio, non il gustar del legno

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fu per sé la cagion di tanto essilio,

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ma solamente il trapassar del segno.

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Quindi onde mosse tua donna Virgilio,

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quattromilia trecento e due volumi

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di sol desiderai questo concilio;

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e vidi lui tornare a tutt’ i lumi

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de la sua strada novecento trenta

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fïate, mentre ch’ïo in terra fu’mi.

123

La lingua ch’io parlai fu tutta spenta

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innanzi che a l’ovra inconsummabile

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fosse la gente di Nembròt attenta:

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ché nullo effetto mai razïonabile,

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per lo piacere uman che rinovella

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seguendo il cielo, sempre fu durabile.

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Opera naturale è ch’uom favella;

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ma così o così, natura lascia

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poi fare a voi secondo che v’abbella.

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Pria ch’i’ scendessi a l’infernale ambascia,

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I s’appellava in terra il sommo bene

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onde vien la letizia che mi fascia;

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e El si chiamò poi: e ciò convene,

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ché l’uso d’i mortali è come fronda

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in ramo, che sen va e altra vene.

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Nel monte che si leva più da l’onda,

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fu’ io, con vita pura e disonesta,

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da la prim’ ora a quella che seconda,

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come ’l sol muta quadra, l’ora sesta».

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