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Il trionfo di Cristo e la corona di Maria

Guida al canto

Dove siamo

Dante ha lasciato la scala del settimo cielo e Beatrice lo ha condotto nell'ottavo cielo, il Primo Mobile, dove ogni moto è rapidissimo. La sua guida fissa lo sguardo verso l'alto con la tensione di chi attende un'alba; poi lo rassicura, perché ormai può sostenere una luce più intensa. Si apre qui la visione delle schiere celesti raccolte in un solo punto dello spazio.

Chi incontriamo

Beatrice è ora la guida che indica la scena e la commenta: spiega a Dante che la forza che lo supera è la sapienza e la potenza che aprì la strada tra cielo e terra. Entra in scena una fiamma che scende a formare una corona e si dichiara amore angelico. Intorno tutte le altre luci rispondono cantando il nome di Maria e l'inno Regina celi.

Cosa aspettarsi

Dopo questa visione la luce diventerà insostenibile: il pellegrino sentirà il linguaggio umano venir meno e dovrà affidarsi a una grazia più alta. Si prepara la salita al nono cielo, dove Dante potrà finalmente guardare la figura incoronata e misurare la distanza tra la propria parola e l'evento che ha sotto gli occhi.
Testo originaleParadiso · Canto XXIII
Parafrasi

Come l’augello, intra l’amate fronde,

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posato al nido de’ suoi dolci nati

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la notte che le cose ci nasconde,

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che, per veder li aspetti disïati

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e per trovar lo cibo onde li pasca,

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in che gravi labor li sono aggrati,

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previene il tempo in su aperta frasca,

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e con ardente affetto il sole aspetta,

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fiso guardando pur che l’alba nasca;

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così la donna mïa stava eretta

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e attenta, rivolta inver’ la plaga

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sotto la quale il sol mostra men fretta:

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sì che, veggendola io sospesa e vaga,

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fecimi qual è quei che disïando

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altro vorria, e sperando s’appaga.

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Ma poco fu tra uno e altro quando,

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del mio attender, dico, e del vedere

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lo ciel venir più e più rischiarando;

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e Bëatrice disse: «Ecco le schiere

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del trïunfo di Cristo e tutto ’l frutto

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ricolto del girar di queste spere!».

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Pariemi che ’l suo viso ardesse tutto,

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e li occhi avea di letizia sì pieni,

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che passarmen convien sanza costrutto.

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Quale ne’ plenilunïi sereni

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Trivïa ride tra le ninfe etterne

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che dipingon lo ciel per tutti i seni,

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vid’ i’ sopra migliaia di lucerne

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un sol che tutte quante l’accendea,

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come fa ’l nostro le viste superne;

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e per la viva luce trasparea

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la lucente sustanza tanto chiara

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nel viso mio, che non la sostenea.

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Oh Bëatrice, dolce guida e cara!

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Ella mi disse: «Quel che ti sobranza

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è virtù da cui nulla si ripara.

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Quivi è la sapïenza e la possanza

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ch’aprì le strade tra ’l cielo e la terra,

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onde fu già sì lunga disïanza».

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Come foco di nube si diserra

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per dilatarsi sì che non vi cape,

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e fuor di sua natura in giù s’atterra,

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la mente mia così, tra quelle dape

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fatta più grande, di sé stessa uscìo,

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e che si fesse rimembrar non sape.

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«Apri li occhi e riguarda qual son io;

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tu hai vedute cose, che possente

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se’ fatto a sostener lo riso mio».

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Io era come quei che si risente

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di visïone oblita e che s’ingegna

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indarno di ridurlasi a la mente,

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quand’ io udi’ questa proferta, degna

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di tanto grato, che mai non si stingue

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del libro che ’l preterito rassegna.

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Se mo sonasser tutte quelle lingue

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che Polimnïa con le suore fero

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del latte lor dolcissimo più pingue,

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per aiutarmi, al millesmo del vero

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non si verria, cantando il santo riso

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e quanto il santo aspetto facea mero;

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e così, figurando il paradiso,

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convien saltar lo sacrato poema,

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come chi trova suo cammin riciso.

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Ma chi pensasse il ponderoso tema

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e l’omero mortal che se ne carca,

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nol biasmerebbe se sott’ esso trema:

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non è pareggio da picciola barca

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quel che fendendo va l’ardita prora,

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né da nocchier ch’a sé medesmo parca.

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«Perché la faccia mia sì t’innamora,

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che tu non ti rivolgi al bel giardino

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che sotto i raggi di Cristo s’infiora?

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Quivi è la rosa in che ’l verbo divino

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carne si fece; quivi son li gigli

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al cui odor si prese il buon cammino».

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Così Beatrice; e io, che a’ suoi consigli

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tutto era pronto, ancora mi rendei

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a la battaglia de’ debili cigli.

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Come a raggio di sol, che puro mei

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per fratta nube, già prato di fiori

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vider, coverti d’ombra, li occhi miei;

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vid’ io così più turbe di splendori,

82

folgorate di sù da raggi ardenti,

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sanza veder principio di folgóri.

84

O benigna vertù che sì li ’mprenti,

85

sù t’essaltasti, per largirmi loco

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a li occhi lì che non t’eran possenti.

87

Il nome del bel fior ch’io sempre invoco

88

e mane e sera, tutto mi ristrinse

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l’animo ad avvisar lo maggior foco;

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e come ambo le luci mi dipinse

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il quale e il quanto de la viva stella

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che là sù vince come qua giù vinse,

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per entro il cielo scese una facella,

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formata in cerchio a guisa di corona,

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e cinsela e girossi intorno ad ella.

96

Qualunque melodia più dolce suona

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qua giù e più a sé l’anima tira,

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parrebbe nube che squarciata tona,

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comparata al sonar di quella lira

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onde si coronava il bel zaffiro

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del quale il ciel più chiaro s’inzaffira.

102

«Io sono amore angelico, che giro

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l’alta letizia che spira del ventre

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che fu albergo del nostro disiro;

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e girerommi, donna del ciel, mentre

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che seguirai tuo figlio, e farai dia

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più la spera suprema perché lì entre».

108

Così la circulata melodia

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si sigillava, e tutti li altri lumi

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facean sonare il nome di Maria.

111

Lo real manto di tutti i volumi

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del mondo, che più ferve e più s’avviva

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ne l’alito di Dio e nei costumi,

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avea sopra di noi l’interna riva

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tanto distante, che la sua parvenza,

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là dov’ io era, ancor non appariva:

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però non ebber li occhi miei potenza

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di seguitar la coronata fiamma

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che si levò appresso sua semenza.

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E come fantolin che ’nver’ la mamma

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tende le braccia, poi che ’l latte prese,

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per l’animo che ’nfin di fuor s’infiamma;

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ciascun di quei candori in sù si stese

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con la sua cima, sì che l’alto affetto

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ch’elli avieno a Maria mi fu palese.

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Indi rimaser lì nel mio cospetto,

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‘Regina celi’ cantando sì dolce,

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che mai da me non si partì ’l diletto.

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Oh quanta è l’ubertà che si soffolce

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in quelle arche ricchissime che fuoro

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a seminar qua giù buone bobolce!

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Quivi si vive e gode del tesoro

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che s’acquistò piangendo ne lo essilio

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di Babillòn, ove si lasciò l’oro.

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Quivi trïunfa, sotto l’alto Filio

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di Dio e di Maria, di sua vittoria,

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e con l’antico e col novo concilio,

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colui che tien le chiavi di tal gloria.

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