Divinità

Apollo

Dio del mito classico invocato da Dante come ispiratore di poesia. Appellato «buono Appollo» nel prologo del Paradiso, è il patrono del giogo del Parnaso sacro alla componente divina del canto, distinta da quella umana affidata alle Muse.

Profilo

Nel prologo del Paradiso Dante si rivolge direttamente ad Apollo, chiamandolo «O buono Appollo, a l’ultimo lavoro» (Par. I 13), dove l’appellativo buono ne sottolinea l’eccellenza come dio ispiratore di poesia. La nota al verso spiega che con tale invocazione il poeta chiede ora l’aiuto dell’altro giogo del Parnaso, quello abitato da Apollo stesso, distinto dal giogo delle Muse invocato all’inizio delle cantiche precedenti: il significato allegorico vede nella componente apollinea la poesia che tratta delle realtà divine, necessaria per la nuova cantica. Apollo è inoltre ricordato come il dio che, secondo il mito ovidiano narrato nella nota, inseguì Dafne e, non potendo più abbracciarla dopo la metamorfosi in alloro, dichiarò che la pianta sarebbe stata sua («At quoniam coniunx mea non potes esse, / arbor eris certe, dixit, mea», Met. I 557-8); da ciò il riferimento dantesco al «diletto legno» dell’alloro e all’uso di incoronare i poeti. Una seconda invocazione lo chiama in aiuto in Par. II 8: «Minerva spira, e conducemi Appollo».

Nel testo

Versi collegati

3 versi
CanticaCantoVersoTestoApri verso
PurgatorioCanto XII31Vedea Timbreo, vedea Pallade e Marte,Apri verso
ParadisoCanto I13O buono Appollo, a l’ultimo lavoroApri verso
ParadisoCanto II8Minerva spira, e conducemi Appollo,Apri verso