Sovrani e nobili

Albero da Siena

Nobile e ricco senese ricordato in documenti dal 1288 al 1294, menzionato da Griffolino d'Arezzo nel canto XXIX dell'Inferno come vittima di un inganno.

Profilo

Albero da Siena è introdotto da Griffolino d'Arezzo nel XXIX canto dell'Inferno, il quale, nel presentarsi a Dante, ricorda il proprio conterraneo con la celebre coppia di versi «Io fui d'Arezzo, e Albero da Siena» (Inf. XXIX, 109). Secondo le note critiche al canto, Albero era un personaggio nobile e ricco, documentato tra il 1288 e il 1294, forse figlio del vescovo di Siena, circostanza che Dante stesso lascia però come incerta. Griffolino accenna al fatto che Albero, desideroso di apprendere l'arte del volo, si rivolse a lui per essere istruito («li mostrassi / l'arte»), ricevendo in cambio soltanto un rifiuto derisorio: «nol feci Dedalo», poiché, come l'ironia stessa suggerisce, nessun uomo dopo il mito era in grado di volare. Le note ricordano inoltre come Albero, incollerito per il rifiuto, lo accusasse di eresia, conducendolo al rogo. La tradizione critica ha proposto un'identificazione con l'Alberto delle novelle XI e XIV del Sacchetti, figura che condivide tratti con il personaggio dantesco.

Nel testo

Versi collegati

1 versi
CanticaCantoVersoTestoApri verso
InfernoCanto XXIX109«Io fui d’Arezzo, e Albero da Siena»,Apri verso