Il Limbo delle anime virtuose

Guida al canto

Dove siamo

Il viaggio riprende all’orlo della valle infernale: Dante si risveglia al tuono e vede un abisso oscuro, profondo e nebuloso. Virgilio, pallido per la pietà verso le anime, lo guida nel primo cerchio. Il primo ostacolo è la paura di Dante, che dubita della guida proprio all’ingresso dell’Inferno.

Chi incontriamo

Virgilio, autore dell’Eneide e guida, chiarisce la condizione degli spiriti virtuosi privi del battesimo o vissuti prima del cristianesimo. Nel Limbo Dante incontra Omero, Orazio, Ovidio e Lucano, che lo accolgono nella loro schiera come sesto poeta. La loro presenza richiama il prestigio della poesia e il limite della loro condizione.

Cosa aspettarsi

Dopo l’incontro, il cammino attraversa una luce raccolta, un castello e un prato abitato da figure autorevoli. Dante conoscerà filosofi, eroi e sapienti, poi Virgilio lo condurrà fuori dal Limbo, verso un’aria senza luce. Resterà la domanda su come convivano nobiltà d’animo e mancanza di speranza.
Testo originaleInferno · Canto IV
Parafrasi

Ruppemi l’alto sonno ne la testa

1

un greve truono, sì ch’io mi riscossi

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come persona ch’è per forza desta;

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e l’occhio riposato intorno mossi,

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dritto levato, e fiso riguardai

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per conoscer lo loco dov’ io fossi.

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Vero è che ’n su la proda mi trovai

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de la valle d’abisso dolorosa

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che ’ntrono accoglie d’infiniti guai.

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Oscura e profonda era e nebulosa

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tanto che, per ficcar lo viso a fondo,

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io non vi discernea alcuna cosa.

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«Or discendiam qua giù nel cieco mondo»,

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cominciò il poeta tutto smorto.

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«Io sarò primo, e tu sarai secondo».

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E io, che del color mi fui accorto,

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dissi: «Come verrò, se tu paventi

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che suoli al mio dubbiare esser conforto?».

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Ed elli a me: «L’angoscia de le genti

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che son qua giù, nel viso mi dipigne

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quella pietà che tu per tema senti.

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Andiam, ché la via lunga ne sospigne».

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Così si mise e così mi fé intrare

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nel primo cerchio che l’abisso cigne.

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Quivi, secondo che per ascoltare,

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non avea pianto mai che di sospiri

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che l’aura etterna facevan tremare;

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ciò avvenia di duol sanza martìri,

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ch’avean le turbe, ch’eran molte e grandi,

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d’infanti e di femmine e di viri.

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Lo buon maestro a me: «Tu non dimandi

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che spiriti son questi che tu vedi?

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Or vo’ che sappi, innanzi che più andi,

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ch’ei non peccaro; e s’elli hanno mercedi,

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non basta, perché non ebber battesmo,

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ch’è porta de la fede che tu credi;

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e s’e’ furon dinanzi al cristianesmo,

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non adorar debitamente a Dio:

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e di questi cotai son io medesmo.

39

Per tai difetti, non per altro rio,

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semo perduti, e sol di tanto offesi

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che sanza speme vivemo in disio».

42

Gran duol mi prese al cor quando lo ’ntesi,

43

però che gente di molto valore

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conobbi che ’n quel limbo eran sospesi.

45

«Dimmi, maestro mio, dimmi, segnore»,

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comincia’ io per voler esser certo

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di quella fede che vince ogne errore:

48

«uscicci mai alcuno, o per suo merto

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o per altrui, che poi fosse beato?».

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E quei che ’ntese il mio parlar coverto,

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rispuose: «Io era nuovo in questo stato,

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quando ci vidi venire un possente,

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con segno di vittoria coronato.

54

Trasseci l’ombra del primo parente,

55

d’Abèl suo figlio e quella di Noè,

56

di Moïsè legista e ubidente;

57

Abraàm patrïarca e Davìd re,

58

Israèl con lo padre e co’ suoi nati

59

e con Rachele, per cui tanto fé,

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e altri molti, e feceli beati.

61

E vo’ che sappi che, dinanzi ad essi,

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spiriti umani non eran salvati».

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Non lasciavam l’andar perch’ ei dicessi,

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ma passavam la selva tuttavia,

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la selva, dico, di spiriti spessi.

66

Non era lunga ancor la nostra via

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di qua dal sonno, quand’ io vidi un foco

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ch’emisperio di tenebre vincia.

69

Di lungi n’eravamo ancora un poco,

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ma non sì ch’io non discernessi in parte

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ch’orrevol gente possedea quel loco.

72

«O tu ch’onori scïenzïa e arte,

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questi chi son c’hanno cotanta onranza,

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che dal modo de li altri li diparte?».

75

E quelli a me: «L’onrata nominanza

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che di lor suona sù ne la tua vita,

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grazïa acquista in ciel che sì li avanza».

78

Intanto voce fu per me udita:

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«Onorate l’altissimo poeta;

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l’ombra sua torna, ch’era dipartita».

81

Poi che la voce fu restata e queta,

82

vidi quattro grand’ ombre a noi venire:

83

sembianz’ avevan né trista né lieta.

84

Lo buon maestro cominciò a dire:

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«Mira colui con quella spada in mano,

86

che vien dinanzi ai tre sì come sire:

87

quelli è Omero poeta sovrano;

88

l’altro è Orazio satiro che vene;

89

Ovidio è ’l terzo, e l’ultimo Lucano.

90

Però che ciascun meco si convene

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nel nome che sonò la voce sola,

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fannomi onore, e di ciò fanno bene».

93

Così vid’ i’ adunar la bella scola

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di quel segnor de l’altissimo canto

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che sovra li altri com’ aquila vola.

96

Da ch’ebber ragionato insieme alquanto,

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volsersi a me con salutevol cenno,

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e ’l mio maestro sorrise di tanto;

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e più d’onore ancora assai mi fenno,

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ch’e’ sì mi fecer de la loro schiera,

101

sì ch’io fui sesto tra cotanto senno.

102

Così andammo infino a la lumera,

103

parlando cose che ’l tacere è bello,

104

sì com’ era ’l parlar colà dov’ era.

105

Venimmo al piè d’un nobile castello,

106

sette volte cerchiato d’alte mura,

107

difeso intorno d’un bel fiumicello.

108

Questo passammo come terra dura;

109

per sette porte intrai con questi savi:

110

giugnemmo in prato di fresca verdura.

111

Genti v’eran con occhi tardi e gravi,

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di grande autorità ne’ lor sembianti:

113

parlavan rado, con voci soavi.

114

Traemmoci così da l’un de’ canti,

115

in loco aperto, luminoso e alto,

116

sì che veder si potien tutti quanti.

117

Colà diritto, sovra ’l verde smalto,

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mi fuor mostrati li spiriti magni,

119

che del vedere in me stesso m’essalto.

120

I’ vidi Eletra con molti compagni,

121

tra ’ quai conobbi Ettòr ed Enea,

122

Cesare armato con li occhi grifagni.

123

Vidi Cammilla e la Pantasilea;

124

da l’altra parte vidi ’l re Latino

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che con Lavina sua figlia sedea.

126

Vidi quel Bruto che cacciò Tarquino,

127

Lucrezia, Iulia, Marzïa e Corniglia;

128

e solo, in parte, vidi ’l Saladino.

129

Poi ch’innalzai un poco più le ciglia,

130

vidi ’l maestro di color che sanno

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seder tra filosofica famiglia.

132

Tutti lo miran, tutti onor li fanno:

133

quivi vid’ ïo Socrate e Platone,

134

che ’nnanzi a li altri più presso li stanno;

135

Democrito che ’l mondo a caso pone,

136

Dïogenès, Anassagora e Tale,

137

Empedoclès, Eraclito e Zenone;

138

e vidi il buono accoglitor del quale,

139

Dïascoride dico; e vidi Orfeo,

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Tulïo e Lino e Seneca morale;

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Euclide geomètra e Tolomeo,

142

Ipocràte, Avicenna e Galïeno,

143

Averoìs, che ’l gran comento feo.

144

Io non posso ritrar di tutti a pieno,

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però che sì mi caccia il lungo tema,

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che molte volte al fatto il dir vien meno.

147

La sesta compagnia in due si scema:

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per altra via mi mena il savio duca,

149

fuor de la queta, ne l’aura che trema.

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E vegno in parte ove non è che luca.

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