Indovini dal collo torto

Guida al canto

Dove siamo

Siamo nella quarta bolgia dell'ottavo cerchio, dove i Malebolge proseguono lungo il vallone. Qui i dannati hanno il volto girato all'indietro e procedono in retromarcia. La scena si apre con Dante che piange davanti a questo spettacolo, e Virgilio lo rimprovera dicendo che qui la pietà è morta.

Chi incontriamo

Dante vede Anfiarao, l'indovino tebano inghiottito dalla terra, e Tiresia, che da maschio divenne femmina e poi tornò uomo. Virgilio indica poi Aronta, che scrutava le stelle sui monti di Luni, e racconta di Manto, figlia di Tiresia, che fondò Mantova. Indica infine Euripilo, augure greco, Michele Scotto mago, Guido Bonatti astrologo, Asdente calzolaio di Parma, e le donne che abbandonarono ago e fuso per l'arte divinatoria.

Cosa aspettarsi

Dopo l'incontro il cammino riprende in fretta, perché la luna è piena e bisogna restare al riparo prima che sorga il sole. Virgilio aggiunge un dettaglio su sé stesso, presentandosi come testimone diretto delle origini di Mantova, e chiede a Dante di non prestar fede ad altre versioni.
Testo originaleInferno · Canto XX
Parafrasi

Di nova pena mi conven far versi

1

e dar matera al ventesimo canto

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de la prima canzon, ch’è d’i sommersi.

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Io era già disposto tutto quanto

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a riguardar ne lo scoperto fondo,

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che si bagnava d’angoscioso pianto;

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e vidi gente per lo vallon tondo

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venir, tacendo e lagrimando, al passo

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che fanno le letane in questo mondo.

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Come ’l viso mi scese in lor più basso,

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mirabilmente apparve esser travolto

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ciascun tra ’l mento e ’l principio del casso,

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ché da le reni era tornato ’l volto,

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e in dietro venir li convenia,

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perché ’l veder dinanzi era lor tolto.

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Forse per forza già di parlasia

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si travolse così alcun del tutto;

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ma io nol vidi, né credo che sia.

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Se Dio ti lasci, lettor, prender frutto

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di tua lezione, or pensa per te stesso

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com’ io potea tener lo viso asciutto,

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quando la nostra imagine di presso

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vidi sì torta, che ’l pianto de li occhi

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le natiche bagnava per lo fesso.

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Certo io piangea, poggiato a un de’ rocchi

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del duro scoglio, sì che la mia scorta

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mi disse: «Ancor se’ tu de li altri sciocchi?

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Qui vive la pietà quand’ è ben morta;

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chi è più scellerato che colui

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che al giudicio divin passion comporta?

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Drizza la testa, drizza, e vedi a cui

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s’aperse a li occhi d’i Teban la terra;

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per ch’ei gridavan tutti: “Dove rui,

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Anfïarao? perché lasci la guerra?”.

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E non restò di ruinare a valle

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fino a Minòs che ciascheduno afferra.

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Mira c’ha fatto petto de le spalle;

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perché volle veder troppo davante,

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di retro guarda e fa retroso calle.

39

Vedi Tiresia, che mutò sembiante

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quando di maschio femmina divenne,

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cangiandosi le membra tutte quante;

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e prima, poi, ribatter li convenne

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li duo serpenti avvolti, con la verga,

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che rïavesse le maschili penne.

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Aronta è quel ch’al ventre li s’atterga,

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che ne’ monti di Luni, dove ronca

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lo Carrarese che di sotto alberga,

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ebbe tra ’ bianchi marmi la spelonca

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per sua dimora; onde a guardar le stelle

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e ’l mar non li era la veduta tronca.

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E quella che ricuopre le mammelle,

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che tu non vedi, con le trecce sciolte,

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e ha di là ogne pilosa pelle,

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Manto fu, che cercò per terre molte;

55

poscia si puose là dove nacqu’ io;

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onde un poco mi piace che m’ascolte.

57

Poscia che ’l padre suo di vita uscìo

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e venne serva la città di Baco,

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questa gran tempo per lo mondo gio.

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Suso in Italia bella giace un laco,

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a piè de l’Alpe che serra Lamagna

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sovra Tiralli, c’ha nome Benaco.

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Per mille fonti, credo, e più si bagna

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tra Garda e Val Camonica e Pennino

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de l’acqua che nel detto laco stagna.

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Loco è nel mezzo là dove ’l trentino

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pastore e quel di Brescia e ’l veronese

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segnar poria, s’e’ fesse quel cammino.

69

Siede Peschiera, bello e forte arnese

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da fronteggiar Bresciani e Bergamaschi,

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ove la riva ’ntorno più discese.

72

Ivi convien che tutto quanto caschi

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ciò che ’n grembo a Benaco star non può,

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e fassi fiume giù per verdi paschi.

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Tosto che l’acqua a correr mette co,

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non più Benaco, ma Mencio si chiama

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fino a Governol, dove cade in Po.

78

Non molto ha corso, ch’el trova una lama,

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ne la qual si distende e la ’mpaluda;

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e suol di state talor essere grama.

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Quindi passando la vergine cruda

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vide terra, nel mezzo del pantano,

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sanza coltura e d’abitanti nuda.

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Lì, per fuggire ogne consorzio umano,

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ristette con suoi servi a far sue arti,

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e visse, e vi lasciò suo corpo vano.

87

Li uomini poi che ’ntorno erano sparti

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s’accolsero a quel loco, ch’era forte

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per lo pantan ch’avea da tutte parti.

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Fer la città sovra quell’ ossa morte;

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e per colei che ’l loco prima elesse,

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Mantüa l’appellar sanz’ altra sorte.

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Già fuor le genti sue dentro più spesse,

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prima che la mattia da Casalodi

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da Pinamonte inganno ricevesse.

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Però t’assenno che, se tu mai odi

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originar la mia terra altrimenti,

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la verità nulla menzogna frodi».

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E io: «Maestro, i tuoi ragionamenti

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mi son sì certi e prendon sì mia fede,

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che li altri mi sarien carboni spenti.

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Ma dimmi, de la gente che procede,

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se tu ne vedi alcun degno di nota;

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ché solo a ciò la mia mente rifiede».

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Allor mi disse: «Quel che da la gota

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porge la barba in su le spalle brune,

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fu—quando Grecia fu di maschi vòta,

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sì ch’a pena rimaser per le cune—

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augure, e diede ’l punto con Calcanta

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in Aulide a tagliar la prima fune.

111

Euripilo ebbe nome, e così ’l canta

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l’alta mia tragedìa in alcun loco:

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ben lo sai tu che la sai tutta quanta.

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Quell’ altro che ne’ fianchi è così poco,

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Michele Scotto fu, che veramente

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de le magiche frode seppe ’l gioco.

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Vedi Guido Bonatti; vedi Asdente,

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ch’avere inteso al cuoio e a lo spago

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ora vorrebbe, ma tardi si pente.

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Vedi le triste che lasciaron l’ago,

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la spuola e ’l fuso, e fecersi ’ndivine;

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fecer malie con erbe e con imago.

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Ma vienne omai, ché già tiene ’l confine

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d’amendue li emisperi e tocca l’onda

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sotto Sobilia Caino e le spine;

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e già iernotte fu la luna tonda:

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ben ten de’ ricordar, ché non ti nocque

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alcuna volta per la selva fonda».

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Sì mi parlava, e andavamo introcque.

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