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Carlo Magno e la diversità degli ingegni

Guida al canto

Dove siamo

Dante è ancora nel cielo di Venere. Le anime beate danzano in cerchio e una di loro si fa avanti per parlargli. La sosta è breve, ma l'incontro scivola presto dal racconto personale a un ragionamento su come la provvidenza divina guidi le stelle e le loro influenze sugli uomini.

Chi incontriamo

Carlo Magno è l'anima che si presenta a Dante. Rievoca le tre corone che avrebbe dovuto portare: Provenza, Italia meridionale e Sicilia, lamentando la mala signoria che gliele ha strappate. Dopo le accuse politiche al fratello, la voce cambia tono e spiega a Dante perché gli uomini nascono così diversi tra loro.

Cosa aspettarsi

Carlo Magno chiarisce che la provvidenza muove i cieli, ma è la natura a plasmare il carattere di ciascuno, e la colpa è degli uomini che assegnano i ruoli sociali contro l'indole naturale. La lezione lascia aperto il nodo tra destino celeste e responsabilità umana, questione che tornerà nei canti seguenti.
Testo originaleParadiso · Canto VIII
Parafrasi

Solea creder lo mondo in suo periclo

1

che la bella Ciprigna il folle amore

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raggiasse, volta nel terzo epiciclo;

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per che non pur a lei faceano onore

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di sacrificio e di votivo grido

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le genti antiche ne l’antico errore;

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ma Dïone onoravano e Cupido,

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quella per madre sua, questo per figlio,

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e dicean ch’el sedette in grembo a Dido;

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e da costei ond’ io principio piglio

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pigliavano il vocabol de la stella

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che ’l sol vagheggia or da coppa or da ciglio.

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Io non m’accorsi del salire in ella;

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ma d’esservi entro mi fé assai fede

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la donna mia ch’i’ vidi far più bella.

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E come in fiamma favilla si vede,

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e come in voce voce si discerne,

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quand’ una è ferma e altra va e riede,

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vid’ io in essa luce altre lucerne

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muoversi in giro più e men correnti,

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al modo, credo, di lor viste interne.

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Di fredda nube non disceser venti,

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o visibili o no, tanto festini,

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che non paressero impediti e lenti

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a chi avesse quei lumi divini

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veduti a noi venir, lasciando il giro

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pria cominciato in li alti Serafini;

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e dentro a quei che più innanzi appariro

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sonava ‘Osanna’ sì, che unque poi

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di rïudir non fui sanza disiro.

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Indi si fece l’un più presso a noi

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e solo incominciò: «Tutti sem presti

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al tuo piacer, perché di noi ti gioi.

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Noi ci volgiam coi principi celesti

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d’un giro e d’un girare e d’una sete,

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ai quali tu del mondo già dicesti:

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‘Voi che ’ntendendo il terzo ciel movete’;

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e sem sì pien d’amor, che, per piacerti,

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non fia men dolce un poco di quïete».

39

Poscia che li occhi miei si fuoro offerti

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a la mia donna reverenti, ed essa

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fatti li avea di sé contenti e certi,

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rivolsersi a la luce che promessa

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tanto s’avea, e «Deh, chi siete?» fue

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la voce mia di grande affetto impressa.

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E quanta e quale vid’ io lei far piùe

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per allegrezza nova che s’accrebbe,

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quando parlai, a l’allegrezze sue!

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Così fatta, mi disse: «Il mondo m’ebbe

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giù poco tempo; e se più fosse stato,

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molto sarà di mal, che non sarebbe.

51

La mia letizia mi ti tien celato

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che mi raggia dintorno e mi nasconde

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quasi animal di sua seta fasciato.

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Assai m’amasti, e avesti ben onde;

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che s’io fossi giù stato, io ti mostrava

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di mio amor più oltre che le fronde.

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Quella sinistra riva che si lava

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di Rodano poi ch’è misto con Sorga,

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per suo segnore a tempo m’aspettava,

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e quel corno d’Ausonia che s’imborga

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di Bari e di Gaeta e di Catona,

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da ove Tronto e Verde in mare sgorga.

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Fulgeami già in fronte la corona

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di quella terra che ’l Danubio riga

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poi che le ripe tedesche abbandona.

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E la bella Trinacria, che caliga

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tra Pachino e Peloro, sopra ’l golfo

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che riceve da Euro maggior briga,

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non per Tifeo ma per nascente solfo,

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attesi avrebbe li suoi regi ancora,

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nati per me di Carlo e di Ridolfo,

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se mala segnoria, che sempre accora

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li popoli suggetti, non avesse

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mosso Palermo a gridar: “Mora, mora!”.

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E se mio frate questo antivedesse,

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l’avara povertà di Catalogna

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già fuggeria, perché non li offendesse;

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ché veramente proveder bisogna

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per lui, o per altrui, sì ch’a sua barca

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carcata più d’incarco non si pogna.

81

La sua natura, che di larga parca

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discese, avria mestier di tal milizia

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che non curasse di mettere in arca».

84

«Però ch’i’ credo che l’alta letizia

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che ’l tuo parlar m’infonde, segnor mio,

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là ’ve ogne ben si termina e s’inizia,

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per te si veggia come la vegg’ io,

88

grata m’è più; e anco quest’ ho caro

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perché ’l discerni rimirando in Dio.

90

Fatto m’hai lieto, e così mi fa chiaro,

91

poi che, parlando, a dubitar m’hai mosso

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com’ esser può, di dolce seme, amaro».

93

Questo io a lui; ed elli a me: «S’io posso

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mostrarti un vero, a quel che tu dimandi

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terrai lo viso come tien lo dosso.

96

Lo ben che tutto il regno che tu scandi

97

volge e contenta, fa esser virtute

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sua provedenza in questi corpi grandi.

99

E non pur le nature provedute

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sono in la mente ch’è da sé perfetta,

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ma esse insieme con la lor salute:

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per che quantunque quest’ arco saetta

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disposto cade a proveduto fine,

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sì come cosa in suo segno diretta.

105

Se ciò non fosse, il ciel che tu cammine

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producerebbe sì li suoi effetti,

107

che non sarebbero arti, ma ruine;

108

e ciò esser non può, se li ’ntelletti

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che muovon queste stelle non son manchi,

110

e manco il primo, che non li ha perfetti.

111

Vuo’ tu che questo ver più ti s’imbianchi?».

112

E io: «Non già; ché impossibil veggio

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che la natura, in quel ch’è uopo, stanchi».

114

Ond’ elli ancora: «Or dì: sarebbe il peggio

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per l’omo in terra, se non fosse cive?».

116

«Sì», rispuos’ io; «e qui ragion non cheggio».

117

«E puot’ elli esser, se giù non si vive

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diversamente per diversi offici?

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Non, se ’l maestro vostro ben vi scrive».

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Sì venne deducendo infino a quici;

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poscia conchiuse: «Dunque esser diverse

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convien di vostri effetti le radici:

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per ch’un nasce Solone e altro Serse,

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altro Melchisedèch e altro quello

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che, volando per l’aere, il figlio perse.

126

La circular natura, ch’è suggello

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a la cera mortal, fa ben sua arte,

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ma non distingue l’un da l’altro ostello.

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Quinci addivien ch’Esaù si diparte

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per seme da Iacòb; e vien Quirino

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da sì vil padre, che si rende a Marte.

132

Natura generata il suo cammino

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simil farebbe sempre a’ generanti,

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se non vincesse il proveder divino.

135

Or quel che t’era dietro t’è davanti:

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ma perché sappi che di te mi giova,

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un corollario voglio che t’ammanti.

138

Sempre natura, se fortuna trova

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discorde a sé, com’ ogne altra semente

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fuor di sua regïon, fa mala prova.

141

E se ’l mondo là giù ponesse mente

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al fondamento che natura pone,

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seguendo lui, avria buona la gente.

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Ma voi torcete a la religïone

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tal che fia nato a cignersi la spada,

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e fate re di tal ch’è da sermone;

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onde la traccia vostra è fuor di strada».

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